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[Final Fantasy XII] Lotus (1/1)

Titolo: Lotus
Fandom: Final Fantasy XII
Personaggi/Pairing: Ashe/Al-Cid
Parte: 1/1
Rating: NC-17
Genere: Erotico, Introspettivo.
Avvisi: Het, Lemon, Spin-Off.
Riassunto: "Rozaria è una terra misteriosa dal clima insalubre – così le è sempre capitato di pensare di sfuggita ogni volta che, nel corso della sua vita, ci ha messo piede. L’incredibile caldo non sarebbe un problema in sé – sarebbe davvero una pessima regina se il suo paese non le avesse almeno insegnato a tollerarlo – ma l’umidità costante che grava nell’aria come pioggia abortita sul nascere rende l’atmosfera faticosa da mandare giù, praticamente irrespirabile."
Nota: Ispirata a Love Is Blindness di juuhachi_go, da ella stessa betata e per ella stessa regalo di compleanno :*

LOTUS

Ashelia sta aspettando in un luogo che non le è familiare e che la infastidisce parecchio, per di più. Rozaria è una terra misteriosa dal clima insalubre – così le è sempre capitato di pensare di sfuggita ogni volta che, nel corso della sua vita, ci ha messo piede. L’incredibile caldo non sarebbe un problema in sé – sarebbe davvero una pessima regina se il suo paese non le avesse almeno insegnato a tollerarlo – ma l’umidità costante che grava nell’aria come pioggia abortita sul nascere rende l’atmosfera faticosa da mandare giù, praticamente irrespirabile.
La sua ansia – che nulla ha a che vedere col clima, comunque – non fa che peggiorare le cose, mentre stringe le ginocchia chiedendosi per la prima volta se sia stato saggio indossare una gonna così corta ed un corpetto così scollato. Sì che lo è stato, si risponde da sola con un mezzo sbuffo; coraggio, Ashelia, hai viaggiato e lo sai che è sempre meglio viaggiare leggeri.
D’altronde già le pesava addosso qualcosa, mentre si avvicinava alla reggia di Al-Cid. Ed era un peso di per sé abbastanza insostenibile senza doverci necessariamente aggiungere anche i drappeggi di una veste regale che sente sua solo in parte. Nella misura in cui testimonia la sua volontà di portare avanti un regno per il quale ha combattuto e per il quale ha ferito ed è stata ferita.
Per tutto il resto, la corona pesa anche quando non la indossi, ed in questo momento pesa anche più del solito, mentre passa distrattamente le mani sulle pieghe inesistenti della gonna e della maglia e sistema i capelli dietro le orecchie – sono un po’ allungati, sarà il caso di tagliarli ancora – in attesa che l’aria intorno a lei, per quanto pesante, si muova; e le annunci l’arrivo di Al-Cid.
Non dovrebbe trovarsi lì.
È tutto ciò che riesce a pensare quando l’aria effettivamente si muove e cambia forma, accogliendo la presenza di Al-Cid e quel suo profumo particolare, fruttato eppure virile, che la mette a disagio. Stringe di più le ginocchia, si sente una damina impreparata. E non lo è mai stata. Né damina, né impreparata.
- Mia cara, - la saluta l’imperatore, accennando ad un cerimonioso quanto ironico inchino, - non che io abbia da lamentarmi della vostra presenza qui, e d’altronde in questa serra davvero mancava un fiore del deserto di tale bellezza, ma-
- Potreste – lo interrompe lei, stizzita dal fiume di parole, - evitare di cercare di rimbambirmi con le vostre chiacchiere? Non ho viaggiato a lungo ed in pessime condizioni per sentirvi parlare senza il minimo senso di fiori, serre o chissà che altro.
Al-Cid accoglie la sua protesta con stupore solo simulato, reso ridicolo dall’espressione eccessivamente oltraggiata che si dipinge sui suoi occhi – che si spalancano, illuminandosi di sorpresa – e sulle sue labbra – che si schiudono, appena umide, costringendo Ashe a distogliere lo sguardo.
- Quanta rabbia in così poco spazio. – commenta l’uomo, avvicinandosi e sedendosi al suo fianco sulla panca in legno chiaro, - Come fate ad essere tanto di malumore in un posto tanto bello? – chiede, abbracciando con un ampio cenno tutta la serra. Ashe segue il movimento della sua mano, ed i suoi occhi si posano sulle numerose piante che li circondano, sui fiori coloratissimi che giocano a nascondino fra le grandi foglie verdi e sulla fontana nel centro della stanza, decorata in modo da sembrare una piccola cascata naturale. Una cascata naturale dentro una serra. La guarda e le viene voglia di ridere, pensando a quanto sia ridicolo un pensiero simile, e chiedendosi quanto ridicolo sia un simile tentativo di raggiro dell’occhio umano.
- Sapete, Al-Cid, - commenta con un mezzo sospiro, - questa serra è molto bella, ma è inospitale per gli esseri umani. Questo caldo, quest’umidità. – si volta a guardarlo, sfacciata, - Tendono a infastidire. – sorride, senza distogliere lo sguardo, - Vi assomigliano.
Al-Cid non fa una piega. Non aggrotta nemmeno le sopracciglia, si limita a fissarla con un’ostinazione quasi offensiva, come volesse scavarle nella testa per tirare fuori una risposta plausibile alle proprie domande, senza per questo doverle esprimere. Ma il deserto ha temprato Ashelia molto più di quanto l’abbia stancata o appesantita di responsabilità che non era proprio sicura di essere in grado di portare, perciò non cede e lo fissa di rimando, e i suoi occhi sono impenetrabili. Al di là non c’è nulla, o se qualcosa c’è Al-Cid non riesce ad indovinarlo. Perciò chiede.
- Perché siete tornata?
Ashe tentenna solo qualche secondo, inumidendosi le labbra ed abbassando lo sguardo sulle punte degli stivali, le mani strette attorno alle ginocchia.
- Perché voi mi confondete, Al-Cid. – risponde a mezza voce, - Perché… - solleva nuovamente lo sguardo su di lui, - ho bisogno di capire cos’è successo l’ultima volta che sono venuta qui. Voi avete risvegliato in me… sto parlando seriamente, non deridetemi. – lo ferma, appena coglie un accenno di sorriso nascere sulle sue labbra. – Voi avete risvegliato in me qualcosa che credevo si fosse sopita per sempre. E Basch-
- Voi – la interrompe Al-Cid, alzandosi in piedi e tendendole la mano, - pensate troppo.
Ashelia solleva lo sguardo su di lui e lo scruta con attenzione, gli occhi che viaggiano dal suo viso alla mano ancora tesa nella sua direzione. Al-Cid insiste sorridendo ed Ashe non può che poggiare la propria mano sul palmo aperto e tiepido di Al-Cid, osservando poi le sue dita scure chiudersi attorno alle sue, per poi invitarla ad alzarsi, spostandosi di qualche passo indietro verso la fontana.
- Sapete, Ashe, ciò che più mi colpisce di voi è la vostra forza. Voi siete… - pesa le parole con estrema cautela, accompagnandola lentamente fino alla vasca, il suono scrosciante dell’acqua che si infrange su altra acqua a spezzare e riempire il silenzio fra le sue parole, - solida.
- Meno di quanto pensiate. – risponde Ashe con un mezzo sorriso, un po’ triste e un po’ deluso. Il pelo dell’acqua si apre in grandi cerchi sotto i suoi occhi, riportandole l’immagine del fondale tremulo di sassi e alghe finte. – Meno di quanto pensi chiunque, in realtà.
- In realtà – le fa il verso lui, sorridendo, - ho una chiarissima idea della vostra forza, Ashe. Come potete non capirlo? Voi, così perspicace.
Ashe solleva nuovamente gli occhi su di lui, solo per osservarlo lasciare la sua mano ed immergersi lentamente nella fontana, l’acqua che si arrampica in macchie scure lungo i suoi pantaloni, sopra il ginocchio, fino alle cosce.
- La vostra forza e la vostra fragilità sono molto legate, Ashelia. La vostra forza e la vostra fragilità sono la stessa cosa.
Lei lo guarda a lungo, per almeno un minuto, prima di decidersi a percorrere i pochi passi che la separano da lui, immergendosi a propria volta nell’acqua fresca della fontana. Mitiga il calore e l’umidità della serra, e man mano che si avvicina ad Al-Cid Ashe non può che sentirsi più leggera. Ed ha come l’impressione che la sensazione non dipenda solo dall’acqua.
- E che cos’è? – chiede, la voce rotta appena da un tremito d’incertezza, - La mia forza e la mia fragilità… cos’è?
Al-Cid sorride ed Ashe, di quel sorriso, coglie solo uno spicchio. Perché la sua bocca si fa improvvisamente troppo vicina per poterla guardare ancora, ma vicina abbastanza da saggiarne la consistenza in punta di lingua, ed è- oh, così facile lasciarsi andare alle sue mani ed alle sue labbra, quando si muovono con tanta destrezza sulla sua pelle umida, è così facile lasciar parlare Al-Cid nel modo in cui sa di essere più convincente, è così facile lasciare che sia lui a spiegarle il suo essere regina, il suo essere guerriera, il suo essere donna, senza neanche doverlo fare ad alta voce.
Ashe piega lievemente il capo e ad Al-Cid quel gesto basta per prendersi la libertà di scivolarle addosso con le labbra, tracciando sulla sua pelle umida una scia di un’umidità diversa, più calda e piacevole, mentre le cinge la vita con le braccia e la stringe a sé, e lei geme nel sentirlo duro oltre la stoffa ormai fradicia, e si chiede se non sia tornata a Rozaria solo per questo. Tutte le domande esistenziali che s’è posta fino a quel momento sul suo ruolo, sui suoi desideri, sul bene del suo popolo, diventano improvvisamente un niente nella sua testa, e tutto ciò cui riesce a pensare che probabilmente è così davvero, l’unico motivo per cui è lì con Al-Cid è che voleva essere lì con Al-Cid, e basta.
Si morde un labbro, chiudendo gli occhi: se Basch sapesse, probabilmente la disapproverebbe molto. Se Basch sapesse, probabilmente non la perdonerebbe mai. Se Basch sapesse…
- Ah… - ma Basch non sa e Al-Cid invece sa troppo, perciò sciogliersi sulle sue dita, quando lui l’accarezza lento fra le cosce, è l’unica alternativa possibile. Non ne esiste un’altra.
- La tua debolezza, Ashe, - le sussurra addosso Al-Cid, costringendola a stendersi lungo la parete della vasca ed accoglierlo fra le gambe, così vicino che Ashe non riesce a trattenere un gemito neanche mettendoci tutto il proprio impegno, - è qui. – spiega, le labbra che si piegano in un mezzo sorriso ed esitano sul suo petto, all’altezza del cuore. – Ora capisci perché è anche la tua forza?
Ashe distoglie lo sguardo, perché c’è troppo Basch nelle parole di Al-Cid e ce n’è altrettanto anche nella sua testa, e non è a quello che vuole pensare mentre lui, con una spinta, entra dentro di lei, costringendola a gettare indietro il capo in un gemito roco.
Non parla più perché non ha altro da dire, lascia che tutto il resto del loro discorso – che dovrebbe avere luogo, perché Ashelia dovrebbe spiegare ad Al-Cid perché cerca con tanta insistenza le sue labbra ed Al-Cid dovrebbe spiegare ad Ashelia perché si presti a questo gioco degli specchi in cui nessuno si riflette veramente in nessun altro – si muova in gemiti, tocchi e sospiri. Nei movimenti lenti di Al-Cid e nella forza con cui lei allaccia le braccia attorno al suo collo, traendolo contro di sé e perdendo le dita fra i suoi capelli, il respiro fra le sue labbra, la razionalità nelle scosse di piacere che la invadono tutta quando lui si spinge contro di lei riempiendola tutta prima con sé stesso e poi con ciò che di più prezioso possiede, più dei suoi domini, più della sua fama, più della sua autorevolezza: il seme della sua discendenza.
Ashelia non ci pensa, nel momento in cui lo sente riversarsi dentro al suo corpo. Pensa solo a quanto sia piacevole sentirlo tanto e con tanta forza, al solletico che le fanno i suoi respiri quando s’infrangono contro la pelle calda e umida del suo collo ed alle tenerezze misurate eppure appassionate che le sue mani riservano alla sua vita e ai suoi fianchi, indugiando a lungo su tutte le sue curve mentre aspetta che recuperi fiato e capacità di pensare.
- Lo sai perché c’è una fontana in questa stanza, Ashe? – chiede a bassa voce Al-Cid, senza separarsi da lei e senza nemmeno guardarla negli occhi. Aspetta di sentirla scuotere lentamente il capo, prima di continuare. – Perché i fastidi vanno mitigati. I luoghi inospitali, - aggiunge con un sorriso, - così come le persone inospitali, vanno ammorbiditi. Solo così chi li frequenta avrà voglia di tornare ancora.
Ashe ride a bassa voce, allontanandosi lo stretto indispensabile per ristabilire il contatto visivo.
- Mi hai preso in trappola, Al-Cid. – commenta in un soffio.
Al-Cid ride. Non è proprio sicuro che sia così, in realtà. D’altronde, che razza di cacciatore è quello che, invece di vedere le tenaglie strette attorno alle caviglie della sua preda, le vede strette attorno alle proprie? 

* 

Note conclusive. Mai, mai avrei pensato, fino a qualche mese fa, che mi sarei ritrovata a scrivere su Final Fantasy XII XD Non l’ho mai giocato e della sua esistenza, prima che mia figlia introducesse prima Rasler, poi Al-Cid e infine i gemelli von Rosenburg nella mia vita, non mi interessava. Poi il dramma s’è compiuto, e da allora fangirlo anch’io. Continuo a non aver mai giocato a FFXII, ma in compenso ho letto tutto il tuttibile della produzione jucchiana sull’argomento XD Non so quanto ciò possa essere una credenziale, per me di certo lo è, comunque.
Questa shot nasce perché Love Is Blindness non poteva essere lasciata priva di un seguito. E per altre ragioni che scoprirete a breve. E perché la Juccha è amore. E perché- buon compleanno, tesoro, ti voglio bene :*
Ps. Il titolo l’ha scelto l’augusta figlia, rubandolo con la mia approvazione da una splendida canzone dei R.E.M.


Tags: autore: lisachan, fanfiction, final fantasy xii
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