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[Axis Powers Hetalia] Petit Papier (prima parte)

Titolo: Petit Papier (prima parte)

Beta:[info]aleenchain ,[info]alexbnr

Genere: sentimentale, angst, comico a tratti
Rating: R
Challenge: Bridge Challenge
Opposizione: storico/ucronia
Personaggi: Francia, UK (Canada, America, Australia, vari ed eventuali)
Parole: 14,126 (W) in totale
Disclaimer: di Hidekaz Himaruya.
Avvertimenti: E' Axis Powers Hetalia. Se vi potete ritenere offesi dall'idea, non leggete, grazie^^. Inoltre, linguaggio scurrile in certi punti e shonen-ai.
Note: questa fic scarta il canon ufficiale del manga/anime e trasla gli eventi 'in senso hetalico' cercando di interpretare il personaggio-Nazione in quanto unione della popolazione, del governo, dell'esercito e della caratterizzazione che ne dà l'autore del manga.
La storia si può considerare un'ucronia/AU di In a frightful scrawl, ma si capisce anche senza averla letta, basta sapere che durante la seconda guerra mondiale la Francia si è arresa alla Germania; questa storia prova ad ipotizzare cosa sarebbe successo se invece avesse accettato la proposta di unione della Gran Bretagna. Ovviamente, le conseguenze sarebbero state troppe per riuscire ad individuarle tutte; diciamo che ho solo cercato di tirare ad indovinare ^^'.
Inizialmente pensavo di coprire gli eventi dal 1940 ad oggi, ma non ci è voluto molto a capire che sarebbe stato un suicidio, tenendo conto che mi erano rimaste meno di tre settimane per scriverla ^^'; spero abbia senso comunque. Spero anche di produrre prima o poi un seguito/side. ^^'
In fondo a questa prima parte trovate tutte le note storiche; in caso di dubbi, non esitate a chiedere.

 

 

Take me away from time and season
Far far away we'll sing with reason
Prepare a throne of stars above me
As the world once known will leave me
Take me away upon a plateau
Far far away from fears and shadow
Strengthen my heart in times of sorrow
Light the way to bright tomorrows
--- Take me away, Globus



Francia fissò per alcuni secondi il foglio sul quale il suo boss aveva scritto il testo della proposta di unione che stava facendo loro la Gran Bretagna. Si rendeva conto che era ormai questione di giorni, prima che tutta la nazione cadesse in mano ai tedeschi, ma si trattava di una dichiarazione veramente assurda e incredibile. Cosa stava pensando di fare, Inghilterra?
Il suo boss era ancora al telefono, impegnato in una rapida conversazione con il suo corrispettivo inglese. Francia allungò una mano verso di lui, con il cuore in gola, ma senza esitazioni: doveva sapere, doveva essere assolutamente certo che quello fosse il volere di Inghilterra; strappò di mano la cornetta al proprio boss, che lo guardò come se lo vedesse per la prima volta e fece un tentativo poco convinto di riprendersela.
“Sono Bonnefoy.” disse, sperando che il boss di Inghilterra si ricordasse il nome in codice con cui lo identificavano. “Kirkland, Kirkland è lì? Necessito di parlargli.” Francia cercò di scandire bene le parole in inglese. La mano che teneva la cornetta ebbe un brivido, mentre attendeva con imposta calma una replica.
“Sì, certo.” gli fu risposto. Era abbastanza evidente dal tono che il boss di Inghilterra avrebbe fatto qualsiasi cosa per accontentarlo; ci furono alcuni fruscii dall'altro capo della linea e poi:
“Francia?” chiese Inghilterra, con voce incerta.
“Figlio di puttana, dove sei stato fino ad adesso?!” sbottò in un attacco d'ira l'altra Nazione, dimenticandosi nel nervosismo delle buone maniere di cui si vantava sempre.
“Cosa credi, che gli aerei volino da soli? O che le tue truppe si evacuino sulle tue navi?!” ringhiò Inghilterra; di sottofondo si poterono quindi sentire dei rumori, delle voci irate e delle risposte scocciate.
Francia fece alcuni respiri profondi, cercando di calmarsi, mentre il suo boss agitava preoccupato le mani, indicandogli di smetterla subito di insultare gli inglesi.
“Ho... Ho visto la proposta.” disse poi, tentando di mantenere la voce stabile.
Inghilterra smise di litigare con chiunque avesse vicino per riportare la sua attenzione sulla comunicazione oltremanica. “S-sì...” disse, la voce esitante, l'imbarazzo evidente anche al telefono. “Cosa ne pensi?”
“E'... permanente.” rispose Francia, sottolineando il punto che al tempo stesso più lo terrorizzava e lo impressionava.
“Sì. Stiamo facendo s-sul serio.”
Qualcosa nella voce di Inghilterra non lo convinceva; era chiaro che doveva essere sul punto di esplodere dall'imbarazzo, ma c'era qualcos'altro sotto.
“Ehi. Non starai mica pensando di fregarmi, vero?”
La reazione non si fece attendere e lo strillo dell'altra Nazione gli trapassò un timpano. “Come osi pensare una cosa del genere, bastardo schifoso? Hai solo da guadagnarci, da tutta questa faccenda! Come puoi credere che sia una trappola?! Per cosa, poi? Siamo o non siamo alleati!? Che vantaggio avrei a cercare di ingannarti? Sei o non sei tu, quello che vuole arrendersi?!”
“E' questo quello che pensi?!” ruggì Francia, oltraggiato. “Sappi che qui nessuno vuole arrendersi, anzi! Ma tu non puoi capire in che razza di situazione siamo! Abbiamo i tedeschi a Parigi, la mia bella Parigi sotto le loro orribili mani!” Si rendeva conto di avere assunto un tono isterico, ma la cosa non gli importava più molto. “Cosa diavolo facciamo!? Cosa diavolo facciamo!”
“Stai calmo, cretino, stai calmo! Domani vengo, firmiamo quel dannato accordo e ci inventiamo qualcosa, va bene?”
L'attacco di panico di Francia si interruppe di colpo, a quelle parole. “V... Vieni qui a Bordeaux?”
“Ma certo, come pensi di farmi firmare, altrimenti?” sbottò stancamente Inghilterra dall'altro capo del telefono. “Domani ne riparliamo, va bene?”
Francia non rispose, un sorriso idiota e non richiesto che si faceva largo sul suo volto.
“Allora, ti va bene, stupido cretino?” ripeté Inghilterra, senza alcuna forza nella voce.
“Sì, ti aspetto.”
“Ottimo. A domani.” e senza attendere risposta chiuse la comunicazione.
Francia rimase con la cornetta in mano per qualche secondo, senza alcuna fretta di rimetterla al suo posto. Si sentiva incredibilmente calmo, adesso che sapeva dove era Inghilterra, cosa avrebbe fatto. Forse era solo un calo di tensione dopo giorni di guerra apatica e un'improvvisa litigata con un vecchio nemico, ma per la prima volta in settimane aveva l'impressione di riuscire a pensare in maniera lucida.
Ora si trattava solo di parlare al gabinetto. Ma era sicuro che sarebbe riuscito a convincerli.
In fondo, se Inghilterra lo appoggiava, Francia poteva fare qualsiasi cosa.

¤¤¤

Degnò la F di un ricciolo extra, quando firmò. La mano gli tremava leggermente, ma nessuno ne fece menzione. Inghilterra non tradeva alcuna emozione, volto impassibile; aveva delle profonde occhiaie che lo facevano assomigliare a Francia più di quanto entrambe le Nazioni avrebbero voluto, ma altrimenti sembrava in salute.
Ci erano volute parecchie ore, per definire anche solo i termini generali dell'accordo. Cittadinanza, difesa, flotta francese, truppe, consiglio di guerra, flotta francese, rapporti con gli americani, politica estera, disponibilità economiche e... avevano già parlato della flotta francese?
Il boss di Francia aveva ora tutta l'intenzione di spostare il governo in Africa del nord, di modo da poter continuare a dirigere le operazioni da lì. Il capo di Inghilterra e il suo staff stavano discutendo con i francesi su quale fosse la maniera migliore di procedere con tale operazione e anche su come mantenere i contatti tra i due governi e... all'interno dell'Unione.
Francia si sedette stancamente sulla sedia e lasciò che i discorsi degli uomini gli scivolassero dolcemente sopra, lubrificati dai toni cordiali ed amichevoli anche se preoccupati; con le palpebre semichiuse, si concesse del tempo per osservare l'altra Nazione, in piedi di fianco al tavolo, dal lato dei suoi rappresentanti. Inghilterra non era troppo entusiasta dell'idea, glielo si poteva leggere chiaramente in faccia; Francia non riusciva bene a capire che tipo di sentimenti gli stesse provocando la consapevolezza che stava per legarsi per sempre a qualcuno che non lo voleva.
Certo, 'per sempre' esisteva solo nelle speranze degli uomini; nulla lo era veramente.
Di sicuro, però, ora avrebbero dovuto sopportarsi a lungo, poco ma sicuro.
Nonostante tutto, comunque, Inghilterra era lì, con lui. Non si sentiva più solo. Questo ovviamente non voleva dire che la guerra fosse vinta; la caduta della Francia metropolitana avrebbe spostato l'attacco su Londra e sull'isola britannica, ma almeno i suoi eserciti avrebbero ancora potuto combattere. E Inghilterra non avrebbe negato aiuto alla loro Unione.
Francia sorrise e chiuse gli occhi, spossato.

¤¤¤

“Questa è la tua stanza. Al momento non siamo riusciti ad organizzare niente di più. Più avanti sistemeremo meglio la questione, ma per ora accontentati.”
Il tono di Inghilterra era privo di qualsiasi emozione, mentre mostrava a Francia quelli che sarebbero stati i suoi appartamenti nei prossimi mesi. Nonostante il governo francese si fosse spostato in Africa, infatti, la Nazione aveva preferito accettare l'invito di Inghilterra e spostarsi a a casa sua, di modo da coordinare meglio il flusso di profughi che non sarebbe tardato ad arrivare. Adesso, in fondo, ogni cittadino francese era anche suddito britannico.
Francia era pronto a scommettere che la ruga sulla fronte di Inghilterra era dovuta a questa consapevolezza, più che all'imminente attacco tedesco.
“Buona notte.” disse l'altra Nazione, andandosene lungo il corridoio senza nemmeno guardarlo in faccia.
Francia sospirò. Si prospettavano mesi difficili.

Si svegliò a tarda notte, contorcendosi dal dolore, la speranza di una nottata tranquilla che spariva tra le grida dei suoi abitanti. Ai tedeschi non doveva essere piaciuta la fuga del governo, né della Nazione stessa. Non che Francia fosse particolarmente fiero di aver abbandonato i propri cittadini in mano all'invasore, ma che altra possibilità avrebbe avuto? Obiettivamente, questa era solo una ritirata strategica; l'aveva detto anche il Sottosegretario, quel curioso omino allungato, con la faccia un po' squadrata, che aveva convinto il boss di Inghilterra a proporre ai francesi un'unione. A Francia piaceva, quel generale di brigata; aveva bisogno, ora, di uomini come quello.
Strinse gli occhi chiusi, cercando di ignorare il dolore e di costringersi a dormire.

Qualcuno bussò alla porta, facendolo quasi sobbalzare dallo spavento; concentrato com'era, si era quasi dimenticato di dove si trovava.
Si alzò in piedi e accese la luce, chiedendosi chi potesse essere.
“Avanti.” disse, dopo aver indossato alla bene e meglio una veste da camera.
Inghilterra entrò nella stanza e chiuse la porta dietro di sé, fissandolo in maniera strana. Nei suoi occhi, Francia poteva vedere traccia della tradizionale ostilità che l'altra Nazione gli riservava, ma c'era anche qualcos'altro che non riusciva bene ad identificare... però non sembrava altrettanto negativo. Diverse ipotesi si susseguirono rapidamente nella testa di Francia, ma senza alcuna preoccupazione; non era un nemico, non lo era più, non c'era pericolo.
“Come stai?” chiese Inghilterra, avvicinandosi. Francia scrollò le spalle, ritenendo inutile rispondere; come diavolo poteva stare?
Inghilterra mosse appena la testa, annuendo. “Hai bisogno di qualcosa?”
Francia scoppiò in una risata debole, appoggiandosi alla sedia della propria scrivania; ora, ora, Inghilterra veniva a chiedergli una cosa del genere? Perché non aveva fornito più truppe un mese prima, se gli premeva tanto essere utile?
Si passò una mano sul volto, esausto, stremato; stringendo i denti e le palpebre, non fidandosi della propria voce, si limitò a scuotere il capo, sperando che Inghilterra se ne andasse il prima possibile. Tanto, non poteva comunque fare nulla per aiutarlo; nessuno poteva, in quel momento, mentre la sua gente moriva e lui era scappato come un codardo davanti al nemico.
Sentì la mano di Inghilterra appoggiarglisi su un braccio, ma non aprì gli occhi per vederla. Farlo non aveva alcuna utilità, alcun senso.
Si lasciò guidare comunque verso il letto senza opporre resistenza e permise ad Inghilterra di sistemargli le coperte (non rimboccarle, no, quello sarebbe stato troppo); non poté evitare di guardarlo in faccia, mentre si occupava di lui in maniera così strana, quasi per assicurarsi che Inghilterra fosse effettivamente lì, fosse effettivamente lui. Riconobbe solo in quel momento l'emozione che Inghilterra aveva scritta in volto, ora che lo schermo dell'ostilità era caduto davanti alla sua situazione misera.
Pietà.
Inghilterra aveva pietà di lui.
Francia contorse le mani in maniera così violenta che l'altra Nazione, preoccupata e confusa, gli afferrò i polsi per evitare si facesse del male; lo guardò poi come se avesse dato definitivamente di matto, ma nessuno dei due osò dire nulla.
Almeno era riuscito a sostituire quello sguardo pietoso con qualcosa che si addiceva di più ad una Nazione scorbutica come il suo alleato.
Con la presenza pesante e calda di Inghilterra di fianco a lui, Francia si lasciò cadere finalmente in un sonno di piombo.

¤¤¤

Erano anni che Francia non passava così tanto tempo per mare.
Per certi versi, sentirsi di nuovo libero di muoversi era inebriante e probabilmente uno dei motivi per cui non era ancora collassato sotto la pressione dell'occupazione tedesca. Germania aveva stabilito un governo fantoccio che pretendeva di essere il suo vero boss, ma nessuno ci stava credendo troppo, nemmeno suddetto governo.
Marocco si stava dimostrando incredibilmente disponibile ad aiutarlo; probabilmente, l'avere Spagna e Germania così vicini a casa in un momento di crisi lo innervosiva non poco. Non solo stava servendo con zelo il legittimo governo francese, ma aveva immediatamente mobilitato i propri abitanti per combattere al fianco della madrepatria. Una tale dimostrazione di lealtà avrebbe portato sicuramente delle conseguenze, dopo la guerra, ma per ora Francia non era interessato a ciò che sarebbe venuto dopo; per adesso l'unica cosa importante era continuare a combattere. Per cui, continuò a sussurrare parole soavi all'orecchio di Marocco, mentre solcavano il mare insieme, riuscendo con successo a tenerlo legato a sé. Le altre colonie, le altre lo avrebbero raggiunto presto, sperava.
Inghilterra si faceva sentire poco, sotto continuo bombardamento come era in quel momento. L'aviazione francese, rimessa in piedi con l'appoggio di aerei americani, aiutava la RAF come meglio poteva, e Francia a volte si chiedeva se forse non fosse il caso di saltare su un aereo personalmente o almeno di dirigere le operazioni più da vicino; se i tedeschi avessero ottenuto il controllo dei cieli britannici, c'era il serio rischio che potessero tentare un'invasione dell'isola. E quello sì che sarebbe stato un disastro; con la parte metropolitana del proprio territorio in mano nemica, Francia non voleva nemmeno pensare alla possibilità di una caduta del Regno Unito.
Ricordava il colorito pallido di Inghilterra, l'ultima volta che l'aveva visto, il volto tirato e sofferente; adesso, pensava Francia quasi vendicativo, non aveva più tempo per provare pietà per lui. Ora riusciva sì e no ad averne per se stesso.
Chi era il peso morto, dunque? Francia, per mare a combattere con le proprie colonie, o Inghilterra, fermo a farsi bombardare a casa?
Eppure, ricordava la schiena eretta e lo sguardo fermo anche se pallido dell'altra Nazione, e sapeva che non avrebbe capitolato così facilmente.
Francia chiuse gli occhi e assaporò il vento sul volto.

¤¤¤

“Cosa diavolo ci fai qui?” fu la prima cosa che Inghilterra gli chiese quando lo vide entrare nel suo ufficio. Francia alzò gli occhi al cielo, per poi scuotere la testa: fra i vari 'saluti' di cui lo aveva degnato Inghilterra in quei mesi, quello era decisamente il peggiore, anche se andava facendoci l'abitudine.
“Perché sei tornato?” insistette l'altra Nazione, alzandosi in piedi e andandogli incontro con aria scocciata.
“Avevo voglia di vederti?” rispose Francia, aggiungendoci un occhiolino e un sorriso a scanso di equivoci. Inghilterra arrossì leggermente, poi si girò e tornò verso la propria scrivania, agitando una mano in maniera irritata.
“Sono deliziato di vedere che sei in ottima forma, ma nel caso tu non l'avessi notato ho di meglio da fare che perdere tempo con te.”
Francia sbuffò, accomodandosi sulla sedia davanti alla scrivania, dove erano appoggiati cartine, disegni e schizzi alla rinfusa. “Come procediamo?” chiese, prendendone in mano uno a caso.
“Male, come cazzo vuoi che procediamo? Non ho idea di quanti aerei abbia Germania, ma non finiscono più!” Inghilterra scandì le ultime parole sbattendo una mano sul tavolo, irritato. “Sono nella merda!”
“Siamo.” lo corresse Francia, senza pensarci nemmeno, ancora concentrato sulle cartine. Solo mezzo minuto dopo si accorse che Inghilterra aveva fermato la propria tirata; alzando gli occhi, si rese conto che l'altra Nazione lo stava fissando, un vago rossore sul volto, e sembrava essere rimasto senza parole.
“Ho... detto qualcosa che non va?” chiese Francia, lasciando andare la cartina e ricambiando lo sguardo.
“N... No, no. Certo, siamo. Giusto.” esclamò Inghilterra, arrossendo ancora di più e smettendo di fissarlo, per tornare a sedersi alla propria scrivania. “Siamo... cosa stavo dicendo?”
Francia non rispose, cercando di capire cosa fosse successo; era abbastanza certo che una delle cause delle emicranie che aveva frequentemente in suolo britannico fosse il comportamento sempre più bizzarro di Inghilterra. A volte sembrava quasi un'altra Nazione.
Forse i bombardamenti lo stavano facendo uscire di senno?

Le due Nazioni si stavano ancora osservando, la tensione che saliva tra l'imbarazzato silenzio di Inghilterra e la curiosità inquisitrice di Francia, quando qualcuno bussò alla porta.
“A...” la voce di Inghilterra uscì strozzata, e lui dovette schiarirsi la gola prima di continuare. “Avanti!”
Francia rimase concentrato sulla propria analisi di Inghilterra: con suo sommo stupore, in un attimo lo vide assumere un'espressione devastata, tra lo stupefatto e l'alleviato; non capendo, si girò a vedere chi fosse il nuovo arrivato.
In piedi in mezzo alla stanza, con ancora indosso la propria divisa da aviatore, un po' confuso, c'era Canada.
Francia balzò in piedi, dimentico di Inghilterra quanto di se stesso, e in due passi coprì la distanza tra lui e l'altra Nazione, lanciandogli le braccia al collo e stringendolo in un abbraccio.
“Canada!” esclamò, quasi non credendo ai propri occhi. “Canada...” ripeté, allontanandolo leggermente per poterlo guardare meglio, senza però lasciarlo andare. “Cosa fai qui?”
“Ehi!” sbottò Inghilterra da dietro di lui, con tono irritato. “Questa domanda l'ho fatta io per primo a te!”
“Allora?” chiese ancora Francia, sorridendo, senza badare assolutamente alla terza Nazione presente nella stanza.
“A... Aiuto la RAF...” mormorò di risposta Canada.
“Bravissimo!” esclamò Francia entusiasta, abbracciandolo ancora. “Sei sempre stato un'ottima colonia!”
Canada si irrigidì visibilmente, a questa affermazione, ma non disse nulla, e Francia ignorò la reazione a favore di un allungamento delle proprie mani verso il basso.
“Ehi!” ruggì Inghilterra, afferrandogli un braccio e cercando di staccarlo di dosso a Canada. “Tieni giù le mani dai miei domini!”
Francia gli rivolse un sorriso estatico. “I nostri domini, intendi.”
Inghilterra divenne porpora e Canada gemette disperato.

¤¤¤

“Non mi piace per niente, sappilo. Tieni le mani dove posso vederle e non ti sognare mai più di molestare un mio dominio a quella maniera. Disturba i tuoi protettorati, se proprio ci tieni, ma possibilmente quando io non ci sono.”
Francia lanciò uno sguardo annoiato ad Inghilterra, mentre si sistemava la fasciatura alla gamba destra, regalo dell'ultimo blitz tedesco. “Hai finito?”
“Vedi di aver capito per bene almeno questo!”
“Sono molto contento che Canada sia qui.” disse Francia, collegandosi solo vagamente all'argomento della ramanzina di Inghilterra. “Ho sempre l'impressione di non vederlo tanto quanto vorrei.” continuò in tono leggero, come se non si trattasse di un'accusa indiretta all'altra Nazione presente. “Comunque, ora che siamo un'Unione, potrò incontrarlo come e quando vorrò, giusto?”
Inghilterra ringhiò e stava per rispondere quando Francia riprese a parlare:
“E' inutile che ti innervosisci. Tu non hai ancora nemmeno imparato a distinguerlo da America.”
Inghilterra si interruppe con la bocca semiaperta, improvvisamente senza parole. Da quando si erano uniti, era la prima volta che quel nome veniva pronunciato in una discussione privata.
“Perché è quello che hai fatto prima, vero? L'avevi scambiato per America.”
Inghilterra si accigliò ma non rispose; senza attendere oltre, se ne andò, sbattendo la porta della stanza.
Francia sospirò.

¤¤¤

Salendo in fretta le scale, Francia giurò a se stesso che se Spagna avesse osato entrare in guerra al fianco di Germania gli avrebbe staccato le regioni vitali a morsi. Occupato com'era a cercare di tenere Giappone fuori dall'Indocina, l'ultima cosa che gli serviva ora erano problemi dal suo vicino europeo.
Non era quello il motivo per cui era tornato sul suolo inglese, comunque; ciò che lo preoccupava di più era la posizione che stava assumendo America nei confronti della guerra e, nel particolare, di Inghilterra. Se la sua opinione era la stessa del suo ambasciatore ('La democrazia è finita in Inghilterra'), per l'Unione si prospettavano tempi duri.
Anche se l'idea che la situazione potesse ulteriormente peggiorare era così orribile da sembrare possibile solo in un incubo.
Francia bussò alla porta della stanza di Inghilterra, ma non ricevette risposta. Allora aprì con delicatezza, cercando di fare meno rumore possibile, nel caso l'altra Nazione stesse dormendo.
La camera era sottosopra, con fogli, vestiti, giornali e libri sparsi ovunque, e l'aria era stantia, pesante e gelida.
Inghilterra era sul letto, sdraiato su un fianco, con le spalle alla porta, senza nemmeno una coperta addosso. Era chiaro che non stava dormendo, ma non si alzò al rumore della porta che si apriva.
“Inghilterra?” chiamò Francia, avvicinandosi, ma non ricevette alcuna risposta. La Nazione sospirò, sedendosi sul bordo del letto, la gamba destra piegata, il ginocchio contro la schiena di Inghilterra. “Stai facendo miracoli, Inghilterra.” disse, con voce decisa, appoggiandogli una mano su un fianco. “Stai...”
Francia si interruppe, scuotendo la testa e sorridendo. “Sapevo che avevi la testa dura, ma nemmeno io pensavo potessi arrivare a tanto. Finest hour, indeed.” sbottò, facendosi beffe del discorso del boss dell'altra Nazione.
Un fremito percorse il corpo di Inghilterra, ma lui non disse nulla.
“Hai freddo?” chiese Francia, prendendo una coperta ammonticchiata alla bene e meglio ai piedi del letto. “Qua dentro si congela.” commentò col tono di chi affronta una giornata di dicembre e non la temperatura gelida della pelle di una nazione quasi in ginocchio; poi, sempre ignorando il silenzio che stava incontrando, coprì Inghilterra con cura e gli strofinò le mani sulla schiena, cercando di riscaldarlo.
“Ce la farai, Angleterre. Tieni duro.”
Inghilterra annuì impercettibilmente.

¤¤¤

“Ho sentito che il boss di America ha licenziato quel disgraziato del suo ambasciatore.” rise Francia, mentre si serviva dell'altro the, appollaiato su quello che era diventato il suo angolo di scrivania. Inghilterra sorrise leggermente, annuendo, senza distogliere gli occhi dal comunicato che gli aveva portato Africa del Sud, che lo stava guardando nervosamente.
“Bene.” proclamò Inghilterra, finendo di leggere il foglio e appoggiandolo sul tavolo. “Avete fatto un ottimo lavoro.”
“Vero, vero.” gli fece eco Francia, tirando a sé Algeria e facendole chinare la testa fino a riuscire a baciarle il capo. “Stupendo. Dov'è Libia ora?”
Africa del Sud, prima di rispondere, guardò Inghilterra per avere un cenno di assenso. “Sta cercando di riunire un esercito mentre parliamo.”
Francia continuò a sorridere, accarezzando la testa di Algeria. “Bravi, bravi...” mormorò, annuendo.
Inghilterra chiuse gli occhi, appoggiando la testa sulle mani. Dopo qualche minuto, riprese a parlare, con voce decisa.
“Australia, sposta i tuoi uomini in Kenia. Porta con te Africa del Sud. Andate a fare una visita ad Italia, in Eritrea.”
Australia annuì e si alzò in piedi senza dire nulla, facendo un cenno ad Africa del Sud, che annuì nervosamente a sua volta.
“Pensavo...” riprese poi Inghilterra, rivolgendosi a Francia con un tono completamente diverso. “Pensavo di mandare Marocco a cercare di convincere Egitto a darsi una calmata e collaborare. E' tutto nel suo interesse.”
Francia annuì. “Sì, si può fare. Non appena Libia riuscirà a rimettere in piedi il suo paese, suppongo che potrà aiutare anche lui.”
Inghilterra strinse le labbra ed annuì. “Canada, accompagnalo. Organizza le basi per l'arrivo di Australia, già che ci sei.”
Canada sorrise stancamente e si alzò in piedi, ma poi rivolse ad Inghilterra uno sguardo curioso: “Voi cosa farete, nel frattempo?”
Inghilterra lo fulminò con un'occhiataccia.
“Sai, è un'ottima domanda.” intervenne Francia. “Parlavi di un meeting, giusto?”
Inghilterra, senza smettere di guardare male Canada che stava ora cercando di nascondersi dietro la poltrona, rispose a denti stretti: “Andiamo a cercare di convincere quell'idiota di tuo fratello a collaborare maggiormente.”
Francia sorrise con soddisfazione. “Ottimo.” Lasciò andare Algeria e si chinò verso Inghilterra. “Dopo allora potremmo pensare a come riprenderci la mia parte metropolitana,vero, Angleterre?” disse, fissandolo diretto negli occhi.
Inghilterra cercò di reprimere uno sbuffo irritato. “Sì, certo.”
“Ottimo.” ripeté Francia. “Ottimo.”

¤¤¤

Francia bussò alla porta della camera di Inghilterra con più speranza del giorno prima.
Gli rispose un grugnito infastidito, ma almeno era una risposta; la Nazione forzò un sorriso sul proprio volto ed entrò.
Inghilterra era seduto sul letto, le spalle ancora una volta alla porta. Francia la prese come la conferma del suo sospetto che chiunque entrasse in quella stanza fosse visto solo come un disturbo.
Angleterre” dichiarò con tono leggero, sedendosi dall'altra parte del letto e protendendosi verso di lui. “Per quanto ancora devo dormire nella stanza degli ospiti?”
Inghilterra si girò verso di lui di scatto, lanciando sul comodino i documenti che stava leggendo. “Cosa vuoi dire?”
Il sorriso sul volto di Francia si congelò. “Mi sembra chiaro che questa è anche casa mia.”
Davanti allo sguardo confuso che gli stava rivolgendo Inghilterra, la Nazione cercò di articolare meglio la sua richiesta, anche se non riusciva a capire esattamente cosa ci fosse da spiegare.
“Siamo un'Unione, giusto? Per cui quello che è mio è tuo e viceversa. Mi sembra piuttosto strano dormire nella camera degli ospiti in casa mia.” disse, cercando di mantenere la voce neutra.
Inghilterra lo fissò per alcuni secondi, poi improvvisamente divenne rosso scuro in volto. “Cosa diavolo ti sei messo in testa? Scendi subito dal mio letto!” ruggì, lanciandosi su di lui, prendendolo per la divisa e cercando di buttarlo sul pavimento.
Francia lanciò un acuto grido di protesta, afferrando le coperte per cercare di opporre resistenza. “Ma siamo sposati, siamo sposati!” piagnucolò, scuotendo la testa. Quando fu chiaro che facendo così avrebbe solo trascinato le coperte sul pavimento con sé, decise di cambiare strategia; balzò su Inghilterra e lo abbracciò con forza, mentre l'altra Nazione si dimenava per levarselo di dosso. “E' anche casa mia, è anche casa mia!” protestò, cercando di guardarlo in faccia mentre si agitavano entrambi come anguille. “Non puoi mettermi nella stanza degli ospiti!”
Inghilterra smise di muoversi, accigliandosi; Francia, quasi ormai in ginocchio davanti a lui, lo guardò con speranza, ansante, ma l'altro approfittò di quel momento di pausa per dargli uno spintone finale e mandarlo a sbattere sul pavimento.
“Inghilterra!!” protestò Francia, alzandosi in piedi a fatica, ora profondamente irritato.
Per quanto fosse grato all'altra Nazione per l'aiuto che gli aveva dato finora, che senso aveva avuto firmare quel documento se ora si rifiutava di metterlo in pratica? Era chiaro che tutta quella storia per Inghilterra era stata solo una maniera per salvare il salvabile durante una guerra disastrosa, ma ormai erano sulla stessa barca e Francia non avrebbe mai accettato che qualcuno calpestasse i suoi diritti in quella maniera. Aveva un documento firmato dall'altra Nazione e non avrebbe esitato ad usarlo, in caso di necessità.
“Perché non prendi l'altra mia camera da letto, se ti scoccia così tanto, idiota!” esplose Inghilterra, ancora rosso in volto, raddrizzandosi la vestaglia devastata da Francia.
“...L'altra camera.” ripeté Francia, senza capire.
“Sì, l'ultima porta del corridoio, sulla sinistra.”
“Non è uno sgabuzzino, vero?”
Inghilterra sbuffò, passandosi una mano sulla faccia lentamente. “Certo che no.” disse, stanco.
“Perché non me l'hai detto subito?” chiese Francia, avvicinandosi con circospezione.
L'altro lo guardò stupito. “P... Perché, ti va bene anche... Cioè...” Inghilterra lo guardò in silenzio, poi ebbe una crisi di imbarazzo, arrossendo e boccheggiando per qualche secondo; quindi scoppiò a ridere, evidentemente a disagio. “Nel senso, ovvio, no, sei scemo, per caso? Credevi che avessi una sola camera? Casa mia è enorme!”

Francia, più per parallelismo con reazioni simili che per logica, a quel punto riuscì finalmente a collegare tutti i punti per costruire approssimativamente l'immagine. Poi scoppiò a ridere.
La sua nazione era occupata dal nemico, Germania avanzava forte di vari alleati, il fronte africano reggeva solo grazie alle truppe delle colonie, il loro era un accordo che da un giorno all'altro, per quanto ne sapeva, poteva diventare carta straccia... E in tutto questa confusione, Inghilterra si preoccupava di tenerlo fuori dalla sua camera perché temeva che Francia volesse molestarlo sessualmente?
La Nazione si asciugò col dito indice una lacrima dal bordo dell'occhio. C'era davvero poco da ridere, se questa era la scala dei valori del suo alleato, ma non per questo riusciva a smettere: era tutto davvero troppo ridicolo.
Del resto, l'aveva saputo fin dall'inizio che un'alleanza con il Regno Unito avrebbe portato solo ad una pila di guai, litigi e, soprattutto, fraintendimenti. Il loro rapporto (quello per cui collaboravano, non quello per cui si picchiavano fino quasi alla morte o si rubavano colonie a vicenda) era sempre, sempre stato basato su un tira e molla di equivoci che, a posteriori, dipingevano un quadro desolante di egoismo, stupidità e soprattutto incapacità totale di comunicare anche quando c'erano le migliori intenzioni di farlo (poche volte, in realtà, particolarmente da parte di Inghilterra). Sin dall'otto aprile 1904 il nome corretto dell'Entente Cordiale era stato “Accordo Confuso”; e dato che era stato quello la base di tutti i loro rapporti, c'era da stupirsi che fossero sempre così poco chiari? Che l'aiuto dell'Inghilterra dipendesse puntualmente da tutto tranne che da dichiarazioni ufficiali?
Francia ricordava ancora l'espressione del suo rappresentante in Gran Bretagna, mentre teneva in mano quella lettere ufficiosa e personale che chiamava affettuosamente 'mon petit papier': l'uomo era così sicuro che l'Inghilterra li avrebbe aiutati contro la Germania che apprendere che il governo britannico non voleva intervenire l'aveva distrutto. Ricordava il volto pallido, tremante, davanti alla possibilità che la Francia si trovasse sola; il nervosismo con cui teneva in mano il pezzo di carta che, secondo lui, dichiarava che l'Inghilterra li avrebbe aiutati.
In più di venticinque anni, non era cambiato assolutamente nulla: Francia era sempre in attesa che Inghilterra, perfido per definizione, lo accoltellasse alle spalle, lo tradisse e lo riducesse in schiavitù.

... Forse, effettivamente, non era solo Inghilterra ad avere dei dubbi sull'Unione.

Inghilterra, probabilmente non capendo perché Francia si fosse messo a ridere e poi avesse improvvisamente smesso, proseguì imperterrito col suo discorso a proposito della camera, interrompendo i suoi pensieri. “Prendi pure la stanza in fondo al corridoio, se così preferisci; puoi anche metterci una targhetta col tuo nome fuori, se ti aggrada.”
Francia annuì lentamente, cercando di ricollegare i propri ricordi alla situazione attuale. “Allora... da domani mi sposto lì.”
“Ma certo, ma certo!” esclamò Inghilterra, iniziando a spingerlo fuori dalla stanza senza troppe cerimonie. “Buonanotte!” urlò, sbattendo la porta e chiudendosi a chiave dentro.
Francia, ormai in preda ad un'orribile emicrania, sbuffò e se ne andò, stanco, perplesso e, sotto sotto, terrorizzato.


¤¤¤


Note storiche (ma ricordate che è un'ucronia):
Proposta di unione della Gran Bretagna. Testo della proposta. Motivi della proposta.
Bombardamento di Londra. Le date risultano slittate per la maggior resistenza opposta dalla Francia prima di essere invasa completamente.
Luftwaffe.
Canada durante la seconda guerra mondiale. Alcuni canadesi parteciparono anche alla difesa aerea di Londra.
British North America Act, con cui il Canda diventa un dominio.
Il Giappone ottenne dal governo Vichy il permesso di usare l'Indocina francese come base per gli attacchi sulle colonie britanniche; in questo AU, deve invece invaderla prima di procedere verso sud. Per motivi simili, il teatro nordafricano risulta completamente stravolto.
"This was their finest hour"; Churchill non ha mai fatto un quarto discorso alla Camera dei Comuni.
Con 'Francia metropolitana' si intende la parte europea (senza contare l'impero coloniale, quindi).
Lend-Lease. Destroyers for Bases.
Cessione del Canada/New France alla Gran Bretagna: la Francia inizialmente non diede molto peso alla perdita, avendo salvato colonie più ricche; solo in seguito si mangiò le mani per averlo ceduto ^^'.
L'agonia di Malta (senza nessuna flotta francese a salvarla).
La visita ad America sulla Prince of Wales e relativi accordi.
'Mon petit papier' e tutto il 'pasticcio' dell'entrata in guerra della Gran Bretagna nella prima guerra mondiale.
"Visto che tu mi hai dato una mano a diventare indipendente..."
Fleet in being e resa di Singapore (senza nessuna flotta francese a salvarla).
AB(F)DACOM (senza Francia).
Rifiuto di Australia di combattere per difendere la Birmania inglese davanti al pericolo di un'invasione giapponese.
L'operazione Neptune sostituisce l'operazione Torch, non necessaria in questo universo.
Over there ^^'.

Tags: !challenge: bridge challenge, autore: kimbnr, axis powers hetalia, fanfiction
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