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[Originale] Le battaglie dei pazzi

Titolo: Le battaglie dei pazzi
Fandom: Originale
Personaggi: Oda, Agnetha, madre Hildegard, monache varie, nobili incazzati e gente del paese
Parte: 1/1
Rating: Giallo
Conteggio Parole: 10.058
Riassunto: Per salvarsi la vita, la giovane Oda deve rifugiarsi nel luogo dove meno vorrebbe trovarsi, il monastero guidato dalla gelida e inquietante Hildegard. Lì incontra Agnetha, sua quasi coetanea, una ragazza che è tutto il contrario di lei, e che forse ha qualcosa a che fare con la sua storia... Voi terreste vicini due elementi che potrebbero reagire ed esplodere?
Note: Ultima "prova" del F3.U.C.K.S. Fest. Ambientazione fantasy-medievale, nel senso che è tendenzialmente medievale in senso storico, anche se è fantasy per una quantità di motivi (alchimia, donne emancipate e altre cose.) I nomi sono tutti tedeschi, tranne quello di Agnetha che è più nord-europeo. Hildegard è ispirata a un personaggio realmente esistito. Vorrei dedicare la storia a Eleonora e a tutti quelli che mi accusano di scrivere solo di amicizie maschili.XD
Per comodità divido la storia in tre parti, anche se le posto tutte insieme.
Grazie a chi leggerà! <3



Le battaglie dei pazzi


I – In camera insieme

La ragazzina spariva nella tunica grigia da monaca che le avevano dato. L'orlo toccava il pavimento di pietra, le mani esili erano ricoperte dalle maniche troppo lunghe. Lei cercò con lo sguardo un po' di comprensione dalla donna che le stava di fronte, ma quella pareva concentrata su un libro pieno di caratteri minutissimi posato sulla sua scrivania, e non aveva tempo per rendersi conto del disagio della sua ospite.
- Allora? Ti sei cambiata?- Chiese dopo qualche istante la monaca, con voce noncurante.
- Sì.
Finalmente si degnò di alzare lo sguardo. Fece una smorfia di disapprovazione.
- Siamo tutte più alte e robuste di te, qui. Chiederò a sorella Aleyd di sistemarti quei vestiti.
La ragazza fece cenno di sì con la testa, sentendosi leggermente umiliata da quel commento.
- Veniamo alla faccenda del tuo nome.- Riprese la monaca. Aveva una voce dal timbro scuro. Sarebbe stata gradevole, se non avesse parlato in maniera secca e fredda. - Non puoi continuare a usare il tuo vecchio nome. Sei una fuggitiva.
- Lo so. Non vorrei mai mettere a repentaglio la vita di chi mi sta offrendo un posto dove nascondermi.- Mormorò la ragazza, a testa bassa.
- Non è quello che volevo dire. Immagino che non vorrai mettere a repentaglio neppure la tua, di vita. Beh, lasciamo perdere. Scegliti un nome e ti chiameremo in quel modo.
- Io? Me lo devo scegliere da sola?
- Vuoi che ci pensi io?
La ragazza per la prima volta incrociò direttamente gli occhi della monaca. Era una donna sui quarant'anni; il viso bianco aveva lineamenti duri, ma era innegabile che in lei ci fosse una certa bellezza. Gli occhi erano di una tonalità tra il grigio e il verde, da sotto il velo azzurro spuntava un ciuffo di capelli nerissimi e mossi. Era alta e imponente, e se la tunica blu nascondeva le linee il corpo, la grazia e la femminilità della monaca erano evidenti in ogni suo movimento.
- Come desiderate, signora. Se volete scegliermelo voi...
Qualcosa di simile a un sorriso passò per un attimo sulle labbra della monaca.
- Allora vai a prendere il tuo posto in camera, sorella Oda.
- Oda. Va bene.
- Agnetha ti sta aspettando fuori. Non abbiamo una camera tutta per te, quindi ti chiedo di dividerne una insieme a lei. Poi vedremo. Non so per quanto tempo dovrai nasconderti. Appena il tuo futuro sarà più chiaro, decideremo.
La ragazza – Oda – chinò la testa e uscì dalla stanza, incespicando nella tunica.
Fuori c'era una ragazza che sembrava più grande di lei, alta e robusta, con ispidi capelli neri tagliati come se fosse stata un maschio e occhi scuri dallo sguardo poco amichevole.
- Sei Agnetha?- Le chiese Oda, cercando di sorridere. - Io sono Oda. So che...
- Prendi la tua roba e muoviti, andiamo in camera.

Ysentrude aspettò che le due ragazze fossero sparite dietro la curva del corridoio, poi si precipitò come una furia nella stanza della sua superiora. La trovò intenta a regolare un sistema di lenti che le permettevano di ingrandire i caratteri dei suoi testi di studio. Al solito era completamente assorta nei suoi pensieri, molto lontana dal mondo reale così concreto e faticoso, quel mondo in cui lei era Madre Hildegard, superiora del Monastero della Sapienza.
- Le hai messe in camera insieme?- Chiese Ysentrude, chiudendosi la porta alle spalle con forza.
- Esatto.
- Ti sembra una buona idea?
Un occhio grigio di Hildegard la degnò di un secondo di attenzione.
- Sì.
- Sai che non mi piace trovarmi in disaccordo con te, ma... Tu conosci la storia di entrambe. Io credo che sia una follia, lasciare che stiano troppo vicine. Potrebbe succedere qualcosa di grave.
- Oh, beh...
Le lenti continuavano a sembrare più importanti di ogni cosa. Ysentrude trattenne un'esclamazione stizzita e prese a guardarsi attorno: i confini conosciuti di quella stanza, i lineamenti del mondo di Hildegard la rassicuravano. C'erano gli scaffali pieni di libri, il tavolo con i macchinari scientifici della madre superiora, gli oggetti dall'aspetto bizzarro disseminati ovunque, su sedie, sgabelli e tavolini, e perfino sul pavimento, perché la scienza di Hildegard non poteva essere frenata da nulla, neppure dall'evidente limite della stanza troppo piccola.
Se Ysentrude non l'avesse conosciuta da tanti anni, le avrebbe urlato contro. Ma quindici anni vogliono pur dire qualcosa, no?
- Sei sicura di quello che fai?- Mormorò Ysentrude, rassegnata.
Finalmente l'altra si degnò di guardarla.
- Non sono sicura. Non è scientifico, essere sicuri di qualcosa. E neppure sensato. Si può solo essere “più sicuri possibile”, e sperare di aver scelto l'ipotesi giusta.
- Non stiamo parlando di uno dei tuoi esperimenti, ma della vita di due persone!- Gridò Ysentrude, stringendo i pugni. Hildegard incassò con apparente indifferenza quel rimprovero: scosse la testa e si rifugiò di nuovo nel suo libro.
- Conosco solo la scienza e mi attengo a quella, lo sai.
- Lo so, Hildegard.- Rispose Ysentrude, con un sospiro. - Non credere che non mi fidi di te. Però le tue idee geniali rimangono sempre un po' distanti dalla mia mente senza pretese. Per esempio, ora come ora la mia mente ha individuato un problema: hai messo nella stessa camera due ragazze la cui vicinanza potrebbe portare guai a loro due e a tutto il monastero, guai con innumerevoli esiti probabili, uno peggiore dell'altro. La mia domanda è: vuoi che succeda qualcosa?
Precisa come un temporale estivo predetto dai contadini del luogo, arrivò la risposta della madre superiora.
- Sì.
Ysentrude si alzò e si allontanò in fretta, prima di dire qualcosa di poco opportuno.

La camera di Agnetha non era un brutto posto. Oda aveva sempre avuto la convinzione che i monasteri fossero qualcosa di molto triste e spoglio: quando li guardava da fuori pensava a grandi sale umide, con soffitti alti e spesse pareti che impedivano ai suoni della vita esterna di entrare e rallegrare chi era rinchiuso in quelle stanze solitarie. In realtà la famiglia di Oda non era mai stata legata a nessuno dei culti che prevedevano la possibilità di venerare la divinità nelle comunità monastiche, quindi la sua idea del monachesimo si basava principalmente su delle impressioni.
Come la maggior parte degli abitanti di Dawald, Oda era stata cresciuta con la convinzione che esistesse il Dio della Giustizia, il signore inflessibile che sempre benediceva i suoi figli e li castigava con la stessa prontezza. Un nome distante, di quelli che si invocavano quando si poneva il primo sasso di una costruzione, quando ci si apprestava a stringere un accordo politico importante, quando si compiva il primo passo verso il nemico con la spada sguainata.
Il misticismo degli adoratori della Sapienza le era estraneo e difficilmente comprensibile. Sapeva poco di quel culto: i suoi adepti credevano in un essere che veniva chiamato “la Grazia Superiore”, un'entità che aveva creato ogni cosa e che dispensava ai suoi figli saggezza e ispirazione. Se doveva essere sincera, le sembrava un affascinante insieme di parole e pensieri senza grandi applicazioni pratiche.
L'idea di rifugiarsi lì, nel monastero fondato dieci anni prima da Madre Hildegard, non le era certo molto gradita. Temeva di entrare in un rifugio freddo e sterile che le avrebbe spento ogni vitalità. Invece quel posto si stava rivelando interessante. Le era piaciuta moltissimo la stanza di madre Hildegard, così piena di marchingegni e materiali per esperimenti scientifici... Prima che la sua vita prendesse quella piega triste, Oda studiava quelle stesse materie che dovevano piacere alla monaca. Aveva riconosciuto gli oggetti e i testi. Se l'avessero lasciata sola lì dentro, avrebbe trovato come impiegare il suo tempo.
Sospirò. Impossibile, lo sapeva.
Anche la stanza di Agnetha aveva il suo fascino. Era piuttosto grande e anche calda. C'era un mobile carico di libri e una poltrona dall'aria comoda, anche se vecchia. Sembrava uscita direttamente da qualche casa nobiliare. I due letti avevano un'abbondanza di coperte colorate. Se erano vere le voci sulle penitenze e sulla vita sobria delle monache, non erano solite imporre quello stesso stile alle ospiti.
- Non è male.- Commentò, posando la sua piccola borsa sul letto che Agnetha le indicò.
- Dove credevi di venire?- Borbottò l'altra. - Mica è una prigione. La gente ci deve vivere, qui.
- Non credevo comunque che... mi piacesse così.
Agnetha non rispose. Dopo qualche imbarazzante minuto senza parole, la ragazza si voltò verso Oda, con l'aria di chi si sta sforzando per essere cortese.
- Senti, qui puoi fare quel che vuoi, tranne confusione quando si dorme. Chiaro? E non entrare nella mia metà della stanza.
- Va bene. Sono tuoi, questi libri?
- Eh? No. Stanno lì perché le monache non sanno più dove metterli. Hanno più libri che qualsiasi altra cosa. E poi...- Si fermò, come fosse stata incerta sull'opportunità o meno di aggiungere qualcos'altro. - Insomma, non so leggere.
Oda preferì non risponderle, non voleva umiliarla né rischiare di dire qualcosa di spiacevole. Si sedette sul letto, studiando la stanza e lanciando di tanto in tanto un'occhiata all'altra ragazza. Era robusta, ma non perché fosse grassa. Era molto muscolosa, aveva le braccia come quelle di un combattente. Doveva aver fatto molto esercizio fisico, qualunque fosse stata la sua attività prima di finire lì al monastero.
- Come mai sei qui, Agnetha?
- Che te ne frega?
- Scusa. Era solo per...
- Mi ci hanno mandata. Prima ero apprendista armaiola. E non chiedere altro sulla questione, perché tanto non ti risponderò.- Anche l'altra si sedette sul letto e poi si distese, borbottando qualcosa di incomprensibile. Chiuse gli occhi e si passò una mano tra i capelli corti. - E prima o poi tornerò dove stavo prima e prenderò a calci l'idiota che mi ha spedita qui.
- Ehm... So che mi hai appena detto di non chiederti altro, ma... chi è questo idiota?
- Il mio maestro. Beh, comunque sono sicura che tra poco me ne andrò. Fine della questione. Tu, invece, come sei finita qui?
- Mio cugino mi vuole uccidere.
Nel silenzio che seguì quelle parole Oda si domandò se le avesse dette davvero, così, senza pensieri, come fosse stata la più comune delle sciocchezze.
Poi scoppiò a ridere e si ritrovò a singhiozzare senza neppure accorgersi di come avesse fatto a passare dall'ilarità alle lacrime.
- Ehi.- Brontolò l'altra, dal suo letto. - Non frignare, ti prego.
Non che quel rude tentativo di conforto servisse a molto. Oda tentò di frenare il pianto, ma non le riuscì. Ogni tanto insieme alle lacrime le sfuggiva anche qualche risata. Era la prima volta che piangeva da quando era scappata.
- Ehi.- Insisté Agnetha, alzandosi a sedere sul letto. - Dai. Mi imbarazza. Non so che dirti, se piangi. Se parli, magari posso cercare di non fartici pensare troppo.
Oda tentò di calmarsi e di sorridere. Le riuscirono da schifo entrambe le cose. Però i singhiozzi si diradarono un po'.
- Eh... E' che...- Balbettò, faticando a parlare spedita. - Scusa. Ora la smetto per davvero.
- Sarebbe una buona cosa.
- Va bene.- Finalmente riuscì a dominarsi. Esaurì in un'ultima risata tutta la voglia di piangere che le era rimasta. - Insomma, sono d'intralcio, a casa mia.
- Un intralcio pesante, se vogliono farti fuori.
- Faccio parte di un clan nobiliare. Le lotte tra il capo e i suoi uomini di fiducia sono una cosa comune. Ho avuto la sfortuna di essere la figlia di un capo che non sapeva farsi rispettare. Mio zio ha ucciso mio padre un anno fa, e ora mio cugino ha ucciso suo padre, ovvero mio zio, e ha preso il comando. E ha deciso di far fuori tutti quelli che rappresentano un pericolo per lui, fino alla più piccola minaccia.
- Perché saresti una minaccia, tu?
- Mi ritiene una rompiscatole con la lingua lunga che studia scienza e alchimia da anni, e non una donnicciola che puoi mettere a tacere. Temeva che rivendicassi il ruolo di guida del clan.
- E tua madre cosa fa?- Chiese Agnetha. Era distesa sul letto, con un gomito puntato sulla coperta e la mano a tenere la testa sollevata.
Oda fece un'alzata di spalle e si mangiò il desiderio di dire cose sgarbate. Non le sembrava giusto offendere la propria madre con un'estranea, anche se ogni minima offesa sarebbe stata più che giustificata.
- E' diventata l'amante di mio cugino.- Rispose infine, con un po' di sforzo. - Non fare commenti al riguardo, ti prego.
- Non ne faccio. Quanti anni hai?
- Venti. Tu, invece?
- Ventiquattro. E nessuno ti ha difesa? Voglio dire, tua madre potrà essersi infilata nel letto di tuo cugino, ma...
Oda scosse la testa.
- Era meglio così per tutti: stare dalla parte di mio cugino. Non volevano fare la fine di mio padre. E per quanto riguarda mia madre, l'unica cosa che ha fatto è stata affidarmi a un paio di servi, che mi hanno aiutata a fuggire. La mia vecchia balia ha pensato a questo monastero, ed ecco come ci sono arrivata.
- Qui raccattano di tutto. Mocciosi orfani, oppure i figli delle puttane o delle guerriere. Ci sono schiere di straccioni che si fermano per qualche giorno e poi ripartono. E' tutto uno star dietro a questa gente che arriva. Va aiutata, sfamata, vestita.
- Pensavo fosse un luogo di studio, più che altro. La madre superiora è una scienziata, vero?
- Quella è una pazza. E' strana. Non si capisce cosa pensa. Non mi piace. Né lei, né questo posto mi piace.
- Non è così brutto, se qui viene aiutata la gente.
Agnetha si lasciò cadere sul letto, con un sospiro esasperato.
- Tutta questa mania per le buone azioni... E' inutile. E' una vita di merda per tutti. A malapena si riesce a tirare avanti con la nostra famiglia. E' meglio che ognuno onestamente faccia quel che può per se stesso, e non stia troppo ad angosciarsi per il resto del mondo. Posso anche dare una coperta a uno che non ce l'ha, ma quello probabilmente se la giocherà ai dadi per ottenere un po' di soldi con cui bere. E così via, all'infinito.
- Non è una visione delle cose un po' cupa?
- Parli tu, che vieni da una famiglia dove si ammazzano come niente... Per te la vita è un prato di fiori?
Oda non le rispose. Si distese sul letto a sua volta e cercò di dimenticare dov'era e perché.

- In camera insieme?
- Te lo giuro.
- Le ha messe in camera insieme? Ma è pazza?
- No, è Hildegard.
La monaca più giovane finse di voler sbattere la testa contro il muro. Ysentrude fece una risatina. Aleyd era lì al monastero solo da cinque anni: troppo poco per prendere la superiora con il dovuto distacco. E comunque neppure lei ci riusciva, di fronte a tali evidenti manifestazioni di follia.
- Spero solo che non abbia detto alla ragazzina chi è Agnetha.- Mormorò Aleyd, mentre un'espressione addolorata le scendeva sul viso affilato.
- Ovviamente non l'ha fatto. Ma basterà che per caso la piccola riveli ad Agnetha il nome del suo clan, per far scoppiare qualcosa.
- Se fossi Agnetha, non so bene come la prenderei. Insomma, credo che quella ragazza abbia ancora un po' di coscienza, e... Oh, non so davvero cosa pensare!
- Io mi preoccupo di più per come potrebbe reagire la ragazzina, Oda. Pensa alla situazione: cosa faresti, tu, di fronte alla persona che ha...
- Aleyd.- La presenza di Hildegard fu annunciata dalla sua voce, che la precedeva lungo il corridoio in penombra. Poi anche la figura imponente della donna si manifestò, alle spalle delle due, che si voltarono di scatto, come due criminali colte sul fatto.
- Che c'è, Hildegard?
- Ho bisogno che tu accorci un paio di tuniche per la ragazza appena arrivata. E forse sarà bene prepararle anche un velo. Se qualcuno che la conosceva come membro di una famiglia nobiliare la vedesse vestita come noi, potrà essere ingannato.
- Le farai tagliare i capelli? Sono così belli: mossi, e così chiari che sembrano luce solida.- Notò Ysentrude. Le piaceva moltissimo ammirare i capelli biondi, forse perché i suoi lo erano, ma erano di una tonalità color stoppa, fini e deboli e senza forma. Il lungo velo azzurro ovviava al problema, però in passato avrebbe desiderato una capigliatura più graziosa.
- Non le farò tagliare proprio niente, è lei che deve decidere cosa fare.- Rispose Hildegard. - Comunque, è superfluo dirvi che dovremo stare attente, vero?
- Lo sappiamo.- Rispose Ysentrude. - La sua famiglia ci metterebbe meno di un attimo a dar fuoco a tutto.
- Farebbero di peggio. Ringraziamo Dio che sono sufficientemente lontani da qui. Rimaniamo in silenzio e proteggiamola così.
- Non pensi che metterla in camera proprio con...- Iniziò Aleyd, ma Hildegard le fece cenno di tacere.
- Non lo penso.
E con quello le abbandonò. Aleyd ritentò di sbattere la testa al muro, Ysentrude le posò dolcemente un braccio sulle spalle e vi si appoggiò, ridendo.
- Io sono felice del fatto che lei sia così toccata dall'intuizione divina.- Disse. - Mi fido di lei, è molto più vicina alla Sapienza di me.
- Ma?
- Ma... Sarei ancor più felice se si fidasse un briciolo in più di noi, al punto di rivelarci qualcosa dei suoi divini progetti.
- Forse ha paura che la contrasteremmo.
- Sicuramente lo faremmo. Però... Ah, lascia stare. Andiamo a vedere queste tuniche da accorciare per la nostra piccola ospite.
- Dici che posso cucirci sopra qualche fiorellino? Povera ragazzina, magari avrà nostalgia dei suoi vecchi vestiti...
- Chiedilo a Hildegard.
- Ysentrude, non mi prendere in giro!
Le loro risate rimbalzarono su fino alla volta del corridoio ed echeggiarono per gran parte dell'edificio, come per infrangere tutte le credenze sul silenzio austero e innaturale di quei luoghi.


II – Sei strana

Agnetha era interessante da osservare. Distribuiva panni e involti di cibo con movimenti bruschi, senza mai guardare in faccia i poveri che tendevano le mani verso le offerte. Però non arrivava mai a essere scortese. A un certo punto un vecchio che camminava appoggiandosi penosamente a una stampella malandata rischiò di cadere, nel tentativo di prendere la coperta che Agnetha gli porgeva. La ragazza mormorò un'imprecazione in un dialetto nordico poco conosciuto da quelle parti e si precipitò a sorreggerlo, senza nessuno schifo per le vesti sporche e l'odore poco gradevole dell'uomo. Lo rimise in equilibrio e gli diede la coperta con insolita delicatezza. Quando si fu allontanato, poi, lo richiamò, con un sospiro. Lo fece sedere sul muretto del chiostro e si fece dare la stampella.
- Aspetta un po'. Quando li ho mandati via tutti te la riparo.- Gli disse, col tono con cui un altro l'avrebbe mandato a quel paese.
Oda nascose un sorriso dietro la mano. Agnetha era molto più gentile di quanto le piaceva far credere. Ed era anche più bella di quanto evidentemente le piaceva far credere. Il viso pieno, gli occhi scuri e seri avevano una certa dolcezza, nonostante l'aria sempre accigliata. I capelli corti e spettinati assumevano forme graziose, che davano qualcosa di infantile all'aspetto della ragazza, rendendola meno temibile. Anche se, a dire la verità, Oda non l'aveva trovata temibile mai, fin dall'inizio, nonostante i modi burberi e il corpo da guerriera.
Dopo qualche tempo il gruppo di mendicanti se ne andò, tra preghiere, ringraziamenti teneri e sgangherati, qualche parolaccia inframezzata alle litanie, e una profusione di benedizioni: tutti erano più o meno soddisfatti della carità ricevuta. Aleyd, una monaca sui trent'anni, un tipo pignolo ma simpatico, aveva spiegato a Oda che tutti i giorni, quando suonavano la campana della preghiera di mezzogiorno e di quella del tramonto, i poveri dei villaggi e delle città vicine potevano andare al monastero a chiedere qualcosa. Non sempre lo ricevevano: non per cattiveria, ma perché il monastero stesso in parte viveva della carità altrui. Le uniche entrate sicure provenivano dai campi di proprietà delle monache, coltivati per loro da un contadino, e poi dalla vendita dei farmaci prodotti dalla stessa Hildegard, e da una piccola bottega di sartoria gestita da Aleyd.
Quell'organizzazione semplice, insieme all'allegria sommessa ma presente degli abitanti del monastero, piacevano molto a Oda. Dopo la fuga e la paura aveva bisogno di quella pace. E poi c'erano sempre bambini, lì. Cosa c'era di meglio dei bambini, al mondo? Potevi essere sciocco e spensierato quanto volevi, in mezzo a loro: tutti pensavano che stessi semplicemente giocando alla pari con i piccoli, mentre in realtà ti era concesso di perdere un po' di dignità senza conseguenze.
- Beh, abbiamo finito.- Borbottò Agnetha, restituendo al vecchio invalido la sua stampella riparata.
- Sei davvero brava.- Le disse Oda, ammirata.
- Sono un'armaiola. So fare spade e archi. Sarebbe un problema se non fossi capace di rimettere insieme tre pezzi di legno.
- Non tutti gli armaioli però si sarebbero sprecati a rimettere insieme i tre pezzi di legno della stampella di un mendicante.
Agnetha le lanciò un'occhiataccia e le volse le spalle.
- Senti, ragazza, io me ne torno dentro.
- Secondo me se proprio una brava persona, anche se vuoi fare la donna dura e antipatica.
- Dì un'altra idiozia del genere e ti ammazzo, mocciosa.
- Non lo faresti mai...
Agnetha si voltò di scatto, si frugò nella tasca della casacca rossa che indossava e ne tirò fuori qualcosa di indefinito, che scagliò con forza verso Oda. Lei schivò e guardò la mela rossa che si spaccava contro il suolo.
- Che ci fai con una mela in tasca?
- Speri di evitare che ti ammazzi sviando il discorso?- Gridò l'altra, tirando fuori un'altra mela dalla tasca. Lanciò, con immensa precisione, solo che Oda fu altrettanto brava e riuscì a prendere al volo il frutto. Lo guardò con stupore, dimentica dell'ira di Agnetha.
- Sembra appena colta!
- Lo è. La madre superiora ha un giardino di alberi da frutto, in uno dei chiostri interni più piccoli.
- Voglio vederlo!- Esclamò Oda, entusiasta. - Senti, visto che me l'hai lanciata, posso darle un morso?
- Ma fai un po' quel che ti pare...- Brontolò Agnetha, tornando verso il monastero. Aveva deciso di lasciarla in vita. Non male, come risultato, pensò Oda, addentando felice la mela.

La ragazzina era quasi urtante.
No, senza il quasi.
Le sue buone maniere erano insostenibili. Non aveva mai, mai niente fuori posto: un indumento, un capello che sfuggiva dal velo, una macchia di cibo da qualche parte... no! Niente!
- Si vede proprio che vieni da una famiglia nobile!- Le disse, dopo averla vista che si puliva le mani dopo aver soffiato il naso a un mocciosetto di quattro anni. Il moccio probabilmente era la cosa più pulita che avesse.
- Sono solo precisa e ordinata.- Ribatté Oda, per nulla toccata dal tono sprezzante dell'altra.
- Solo voi potete farvi tanti problemi per le cose più stupide. Solo voi, che vivete tra grandi ricchezze, con tutte le comodità del mondo, senza nemmeno sprecarvi a pensare a come possa cavarsela la gente comune.
- Sono discorsi insensati che hai sentito dire e ti limiti a ripetere senza pensarci.- Rispose l'altra, continuando la sua inutile opera di pulizia dei bambinetti che quel giorno avevano invaso il monastero. Stava tentando di pettinare i ricci di una ragazzina che non doveva aver mai sentito parlare neppure per sbaglio di un misterioso oggetto chiamato pettine.
- Perché dici questo? Che ne sai, tu, di come sono arrivata a questa conclusione?
Oda lasciò andare la ragazzina, si alzò dal muretto sul quale si era accomodata con spazzole, acqua e panni puliti, e le andò vicina.
- Quando devi costruire un'arma, immagino che tu stia attenta ai materiali che usi, alle dimensioni, al procedimento e così via.
- Certo.- Agnetha mise bruscamente una coperta e quale mela tra le braccia di una vecchietta e poi si dedicò a Oda, dimenticando la fila di mendicanti che pretendevano cose da lei. In quel momento le importava di più capire cosa passasse per la testa alla ragazzina.
- Bene. Vedi che anche tu devi essere precisa? Non è una prerogativa solo dei nobili. Essere ordinati aiuta in tutte le arti. Questo non c'entra proprio niente con la nobiltà.
- Va bene, questo posso ammetterlo.- Brontolò Agnetha, seccata dal fatto che quella piccoletta si permettesse di parlare del suo mestiere. - Non mi sta bene che tu mi accusi di parlare senza sapere cosa dico, però.
Tranquilla come raramente si mostrava, Oda sospirò. Poi la trasse da parte, forse perché nessuno sentisse cosa doveva dirle. Improvvisamente Agnetha si rese conto che aveva urlato davanti a tutti i mendicanti le origini nobiliari di Oda. Certo, probabilmente a loro non importava proprio nulla di quel fatto, però Oda era comunque rifugiata lì e a rischio della vita, quindi sarebbe stato opportuno essere prudente. E magari chiederle scusa.
No, quello non l'avrebbe mai fatto.
- Vuoi sapere come mai ho detto che parli senza sapere?- Cominciò Oda.
- Già. Voglio proprio saperlo.
- D'accordo. Poi non ti arrabbiare, però.
- Senti, tu! Piantala di trattenermi con le tue storie e dimmi perché ce l'hai con me!
- Un momento. Non ce l'ho con te. Però credo che tu ti sia fatta un'idea del tutto sbagliata di me. Vedi, tu non mi conosci bene, e quando provo a parlarti il più delle volte tu chiudi la conversazione con due parole. Perciò non sai come sono fatta. Non mi pulisco le mani perché sono schizzinosa e non pettino i bambini perché sono una nobile fissata con l'ordine. Io ho studiato medicina e alchimia. Mi pulisco le mani per abitudine, lo faccio sempre, ogni volta che le ho sporche, perché anche una sola goccia di un composto sbagliato, rimasta per caso sulle tue mani potrebbe causare danni al lavoro che stai svolgendo. E mi ostino a pettinare i bambini perché mi voglio assicurare che non abbiano pidocchi o altri parassiti.
- E perché ti interessa tanto?- Borbottò Agnetha, seccata di essere stata sconfitta in quel modo.
- Vengono qui a cercare aiuto, no? Io posso aiutarli così, quindi lo faccio.
Quelle parole avevano logica, era inutile negarlo. Ma Agnetha fu profondamente urtata dal fatto che tutti quei discorsi le fossero stati sbattuti in faccia con tanta graziosa arroganza da quella sciocca. Così la squadrò in silenzio e poi scosse la testa, come per liquidare in fretta quel discorso. Non trovò modo migliore per risponderle e vincere la questione.
Oda però dovette intuirlo, perché le fece un sorrisetto soddisfatto, prima di tornare ai suoi bambini da pettinare.
- A te importa troppo di tutto e tutti!- Gridò Agnetha. Oda le aveva voltato la schiena e non le rispose. - Hai capito?
- Ho capito. Forse hai ragione.
- Finirai male per questo, prima o poi!
A giudicare dal fatto che non ebbe reazioni a quelle parole, non doveva importarle poi così tanto.

- Non è venuto fuori niente ancora, vero?
Ysentrude abbandonò il suo libro di meditazione e uscì dalla sua stanza, richiamata dalla domanda di Aleyd.
- Credo che si odino.- Rispose la monaca più vecchia, con un sospiro. - Com'era prevedibile, del resto.
- Io non capisco! Abbiamo decine di stanze libere. Perché obbligare due mondi diversi a stare a contatto?
- Al solito. Intuizioni divine che noi povere stupide non possiamo capire.
Aleyd fece un sorriso conciliante e posò le mani sulle spalle di Ysentrude.
- Non prenderla così, su. Sai che Hildegard si fida di noi. Almeno di te, si fida. Ti conosce da tanto tempo. E poi, pensaci: all'inizio della mia permanenza qui mi affidò a te, perché diventassi la tua assistente in cucina. Ti ricordi che momenti orribili?
- Altroché. Hai rischiato di avvelenarci tutti innumerevoli volte, prima che Hildegard si decidesse a lasciarti fare la sarta e la maestra... Anche allora non capii come mai lei si fosse ostinata nell'obbligarti a fare qualcosa che palesemente non ti riusciva e non ti piaceva.
- I misteri di Hildegard. Non lo so. Però so che all'epoca tu non mi piacevi per niente, mentre dopo aver condiviso la cucina per un mese con te cominciai ad adorarti.
- Tu sei più pazza della superiora, cara mia...- Rispose Ysentrude, imbarazzata. Abbandonò la compagna e si rifugiò nuovamente in camera. - Beh, io torno alle mie preghiere. Se comincia a scorrere il sangue, vieni a chiamarmi.

Oda trovava sgradevole il fatto che Agnetha si lavasse piuttosto di rado, ma aveva sempre evitato di dirglielo, sia per evitare di attaccare briga, sia perché non voleva che l'altra le rinfacciasse le sue abitudini nobiliari. Però, dopo lo scambio di quella mattina, aveva voglia di stuzzicarla.
- Non pensi sia il caso di sciacquarti un po?
- Che vorresti dire?
- Esattamente quello che sto dicendo.
Si beccò un'occhiata furente dalla ragazza più grande. Oda si era tolta il velo da monaca e pettinava i lunghi capelli biondi e mossi, lucenti e morbidissimi nonostante non se ne curasse particolarmente.
- Guardatela. Dice di non essere fissata con il suo aspetto, come le ragazzine nobili, e invece eccola lì che si pettina!
- Vuoi che mi tagli i capelli come i tuoi per dimostrarti che non me importa niente?
Agnetha tacque e non aggiunse altro sull'argomento.
- Sei strana.- Disse, dopo qualche minuto silenzioso. Poi si decise a uscire dalla camera, per tornare poco dopo, armata di bacinella piena d'acqua e sapone. Piazzò la bacinella per terra e prese a lavarsi lì, inzaccherando mezzo pavimento e schizzando acqua ovunque, sui suoi possedimenti e su quelli di Oda.
- Qual è la cosa che ti interessa di più al mondo?- Chiese Agnetha all'improvviso. Oda alzò la testa dal libro che stava leggendo e si perse qualche istante nei pensieri, per trovare una risposta sensata.
- Non lo so. La scienza, i miei studi e come applicarli per fare grandi scoperte e magari rendere più felici le persone. Qualcosa del genere. Perché me lo chiedi?
- Sai, di solito la gente si divide in due.- Rispose Agnetha, finendo il suo bagno con un ultimo risciacquo i cui schizzi raggiunsero perfino Oda. - Quelli che combattono per sé e quelli che si buttano nelle battaglie impossibili con l'idea di salvare tutti.
- Non è una divisione del mondo un po' rigida?- Chiese Oda, asciugando il suo libro alluvionato.
- I primi sono concreti e di solito sopravvivono.- Disse Agnetha. I capelli neri bagnati erano ancor più ispidi e puntuti del solito. Oda avrebbe voluto riderne – in maniera del tutto scherzosa e amichevole, ma pensò che non fosse una buona idea.
- Invece i secondi fanno una brutta fine. Nella mia esperienza le cose vanno così.- Continuò Agnetha, cercando di asciugare il cespuglio spinoso scuro che aveva in testa. Oda dovette smettere di guardarla, o avrebbe riso per davvero.
- E quale sarebbe, la tua esperienza?- Le chiese. In fondo si stava divertendo, anche se sapeva come sarebbe finito il discorso: Agnetha le avrebbe rifilato qualche offesa, senza sforzarsi di capire il suo punto di vista.
- Lo sai.- Rispose Agnetha, nvolgendosi in un ruvido telo di tela grezza. - E' il mio mestiere che mi ha insegnato tutto. Io faccio armi. Chi se le tiene strette e ammazza prima di essere ammazzato è tornato a ringraziare. Chi lotta per grandi cause in genere finisce per fare cose stupide. Konrad, il mio maestro armaiolo, una volta è quasi morto per difendere una donna. Così mi ha raccontato. Gli ho sempre detto che era una cosa stupida e inutile. Lui ha riso e ha detto che forse avrei capito, col passare del tempo.
- Secondo me è una cosa bella, invece. L'ha sposata?
Agnetha disse un paio di parolacce e si lasciò cadere seduta sul letto, incurante del fatto che era ancora mezza bagnata.
- Odio queste scemenze romantiche. L'amore è un'invenzione dei nobili e dei loro libri.
- Insomma, i nobili sono la fonte di tutti i mali, eh? Beh, comunque se il tuo maestro ha rischiato la vita per una donna, forse almeno un po' d'amore esiste davvero, non credi?
Agnetha alzò le spalle, come per dire che poteva anche essere così, ma la cosa non la toccava minimamente.
- Non l'ha sposata, comunque. A quanto pare lei ha preferito un altro genere di vita. Ma Konrad non ha mai voluto approfondire il discorso.
Oda si distese sul letto e si perse a contemplare le striature delle travi di legno che sostenevano il soffitto.
- Non mi hai ancora spiegato come mai mi hai fatto quella domanda sulla cosa a cui tengo di più.
- Non riuscivo a capire se tu fossi una che vive per sé o una pazza che vuole fare cose troppo grandi.
Oda rise, avvertendo una strana fierezza che si faceva strada in lei.
- Sono una di quelli che sognano cose impossibili.
- Esatto. Finirai male, quindi.
- Pazienza. Finché la vita me lo permetterà, continuerò a combattere le battaglie dei pazzi, a studiare e a togliere i pidocchi ai mocciosi di strada.
Agnetha gettò via il telo umido, borbottando qualche incomprensibile offesa all'indirizzo di Oda, e cominciò a cercare i suoi vestiti, smarriti da qualche parte tra il letto e il pavimento.
- Una volta ho sentito la madre superiora dire che la Sapienza predilige i pazzi.- Commentò infine l'armaiola, accatastando i resti della sua pulizia personale. - Mi sembra una grossa idiozia.
- A me invece piace.- Rispose Oda, alzandosi e cominciando a rimettere in ordine panni e bacinella con estrema precisione.
- Ehi, senti, ma lo fai apposta?- L'armaiola scattò in piedi e strappò il telo bagnato dalle mani dell'altra, gettandolo nuovamente a terra. - Lascia stare la mia roba!
- A te che importa se pulisco?
- Mi importa!
- Ti sto facendo un favore.
- No!
Oda la ignorò e raccolse di nuovo il telo, cominciando a ripiegarlo. Agnetha allora prese la bacinella e rovesciò sul pavimento quel che restava dell'acqua del suo bagno. Ben poco, ormai: aveva già provveduto all'allagamento totale della stanza.
- Una volta ho conosciuto un bambino di tre anni: lo faceva anche lui.- Commentò Oda, imponendosi di non perdere la calma. Poi prese il telo e si chinò a terra, per asciugare il piccolo lago.
- Ma tu guarda questa...- Agnetha la fissava come se fosse stata una specie di animale misterioso.
- Se bagnerai ancora la stanza, pulirò con le tue lenzuola.
Agnetha non rispose. Oda le regalò un bel sorriso pacifico, ed ebbe l'impressione di aver vinto un'altra volta.


III – Notte di fiamme

Il monastero brillava nel buio come una candela al centro di una chiesa. Agnetha si guardò alle spalle ancora per un attimo, poi si voltò, decisa. La lanterna le illuminava appena quel poco di strada che le era necessario vedere, per non cadere. Doveva guardare avanti. Non c'era tempo per rimorsi e ripensamenti.
Non ce la faceva a rimanere lì, non più. Aveva accettato di buon grado la punizione che il suo maestro armaiolo le aveva assegnato, costringendola a passare un periodo tra le mura del monastero, ma la sua pazienza si era esaurita del tutto. Nessuno le diceva quando quel periodo sarebbe finito. Non le permettevano di tornare a casa: sentiva sua madre e le sue sorelle solo tramite lettere, e non riusciva a farsi dire se davvero le loro condizioni economiche fossero dignitose, o se soffrissero la fame. Prima era il lavoro di Agnetha, a sfamarle, ma da quando l'avevano mandata lì tra le monache, chissà cos'era successo...
E poi c'erano tutte quelle cose che non aveva mai potuto sopportare. I mocciosi urlanti, i poveri e le loro richieste, ora anche quella ragazzina fuggitiva che le avevano messo in camera. Tutti lì a ricordarle che tutto sommato lei era stata fortunata.
Fortunata. Così le aveva detto Ysentrude, una volta. Le aveva detto che i forti sono tali per sostenere i deboli. Grossa idiozia, davvero. I forti erano forti per sopravvivere in un mondo orribile, ecco. E lei, che era forte, sarebbe sopravvissuta nel solo modo che conosceva. Da sola.
Camminò finché l'alba la condusse a una delle cittadine vicine, una che lei conosceva bene. I signori di quel posto avevano fatto la sua fortuna. Il suo stupido maestro si rifiutava di forgiare armi per loro: sono dei violenti senza legge, diceva. Il problema, avrebbe voluto rispondere Agnetha, è che la legge non esiste, o meglio: è diversa per ciascuno, e chi grida più forte ha l'ultima parola.
Lei aveva acconsentito alle loro richieste di nascosto, fornendo alla famiglia in perpetua guerra ogni tipo di arma. Potevano essere dei violenti, ma lei era affamata, e così la sua famiglia. Si era fatta pagare il doppio e li aveva riforniti per più di un anno, finché il maestro se n'era accorto e l'aveva spedita al monastero. Se c'era qualcuno a cui rivolgersi, per avere un lavoro e tornare a vivere come prima, quelli erano loro.
Quando raggiunse il castello, a mezzogiorno, era timorosa di essere cacciata via. Passò la porta principale, dove due guardie le chiesero chi era e le intimarono di aspettare nel cortile che qualcuno la riconoscesse. Uno dei più giovani della famiglia, un ragazzo della sua età, biondo, con la faccia strafottente e la risata sempre pronta a farsi beffe di qualcosa o qualcuno, si affacciò a una delle finestre e le fece un cenno di saluto.
- Ehi, ehi, armaiola! Sei proprio tu?
- Già.
- Aspettami lì, vengo subito.
Il ragazzo la raggiunse immediatamente. Era il nipote del signore del clan ed era uno di quelli che più spesso avevano contrattato con lei.
- Allora, armaiola, cosa ti porta qui? Credevo che il tuo maestro ti avesse cacciata. Un peccato, il tuo maestro è il migliore della regione e tu eri una buona allieva. Sei ancora in affari?
- Lo sarò appena avrò trovato qualcuno che mi assuma. Per ora sto in un monastero, poco distante dalle mura della capitale.
- Un monastero?- Gridò lui, scoppiando a ridere. - Tu in un monastero?
- E' solo un posto che raccoglie poveracci, disperati e fuggitivi di tutti i tipi. Il mio maestro mi ha messa lì, ma io sono scappata. Sono venuta a chiedervi se mi assumete come armaiola personale.
Il ragazzo fece una risata entusiasta e le batté una mano sulla spalla, quasi fosse stata un suo compagno d'armi o di scorrerie, e non una ragazza che conosceva appena. Non che a lei importasse granché, in fondo.
- Ma certo! Anzi, ti farò preparare un laboratorio qui, da noi!
- Lo fareste davvero?- Le sembrò incredibile che il ragazzo potesse permettersi una simile libertà e lo guardò con sospetto. - Non dovresti chiedere a tuo zio, prima?
- Se sei capace di evocare i morti, glielo chiederò.- Fece un'altra delle sue risate sprezzanti. - Mio cugino ha fatto fuori il suo vecchio e ora è lui, il capo. E mi ha assegnato il ruolo di suo vice.
Un figlio che uccideva il padre, per prendere il suo posto alla guida del clan...
L'eco della voce di Oda ritornò alle orecchie di Agnetha, all'improvviso.
- Che cosa?- Mormorò.
- Già. Sai, è così che vanno le cose, in famiglia.
- Ha ucciso suo padre?
- Ragazza, tu sei una che fabbrica armi. Cosa credi che se ne faccia, la gente, dei giocattoli creati da te?
La guardò con un misto di disprezzo, compassione e simpatia, quella che si riserva agli sciocchi. Lei però stava ancora pensando a Oda.
- E il padre di tuo cugino, il vecchio signore, era capo del clan da tanto tempo?
Il ragazzo rise e scosse la testa.
- Neanche per sogno. Anche lui ha fatto buon uso del tuo lavoro, infilzando suo fratello, qualche tempo fa. Sì, decisamente siamo avvezzi ai cambi di capo, qui. Ma vedrai che il dominio di mio cugino sarà stabile, adesso. Non ha più nemici. Stiamo cercando l'ultimo problema. La figlia dell'altro mio zio, il vecchio capo. E' un tipo che potrebbe metterci in difficoltà. Se ti capiterà di vedere in giro una mocciosa bionda e magra con un rametto, informami. Se me la trovi ti pago. Non è che hai visto qualcuno del genere, lì al tuo monastero degli straccioni?
Agnetha impiegò una manciata di secondi – troppi! - a scuotere la testa per negare.
- No. Assolutamente. Senti, ti ringrazio della proposta di accogliermi.- Disse, improvvisamente schifata da quel posto, da quella persona. - Allora tornerò nei prossimi giorni. Ora devo andare da mia madre.
- Certo. Ti aspettiamo.
Corse via più in fretta che poté e quando fu uscita dalle mura cittadine non prese la strada della capitale, per tornare da sua madre, come aveva pensato. Andò verso il bosco che si trovava a metà strada tra il monastero e la città più grande della regione, e lì si continuò a camminare finché non fu costretta ad arrendersi alla stanchezza. Allora si lasciò cadere a terra e dovette affrontare il pensiero da cui aveva tentato di scappare. I pensieri però corrono sempre più veloce di noi, e quello se ne stava lì, davanti a lei, semplice e chiarissimo – e chissà perché, così doloroso.
Aveva messo le sue armi in mano alla gente che aveva distrutto la famiglia di Oda. E per poco non aveva rivelato loro dov'era.
Perché le importava così tanto, poi? Non era per via di Oda: quella era solo una sciocca con cui aveva condiviso una manciata di giorni in un monastero di pazzoidi. Però...
… però, forse, per la prima volta in vita sua si trovava a constatare direttamente quali fossero gli effetti delle sue azioni. E non le piaceva per niente il modo in cui le sue ultime scoperte la facevano sentire.
Il buio arrivò, e con lui anche il freddo. Tra le fronde degli alberi s'intravedevano le luci delle torce cittadine, a Sud, mentre a Nord, se Agnetha si spostava di poco, poteva scorgere un tenue bagliore, che era il monastero, con le sue lanterne accese tutta la notte per i viandanti dispersi.
C'era qualcosa di strano, però. C'era troppa luce, perché quelle fossero solo le lanterne. C'era...
C'era l'incostante tremare delle fiamme. Fiamme potenti, non piccole e stremate fiammelline di lanterna. Nel silenzio del bosco Agnetha ebbe l'impressione di sentire grida e schiamazzi provenire dal monastero.
Un'angoscia che era quasi un presagio le si scatenò nel cuore. Prese a correre, e grazie alla sua conoscenza del bosco e delle sue vie in pochi minuti fu nella piana che ospitava il monastero.
Vide un nugolo di uomini a cavallo, con torce e spade in pugno, e un arciere che continuava a mirare alle finestre dell'edificio, mentre i capi del gruppo urlavano minacce e oscenità contro le mura sacre e i loro indifesi abitanti. Agnetha li riconobbe subito dallo stemma: era il clan Iward, il clan guerriero che lei aveva armato. I parenti di Oda che la cercavano per ucciderla. Come avevano saputo che era lì?
E se fosse stata proprio lei a dirglielo? Il suo riferimento a un monastero che accoglieva fuggitivi, il suo smarrimento quando il giovane del clan le aveva chiesto se avesse visto qualcuno che somigliava a Oda...
Doveva fare qualcosa immediatamente: se fossero riusciti a entrare, avrebbero fatto una strage, e non le sembravano sufficientemente misericordiosi da uccidere tutti senza prima aver inflitto loro cose orribili.
Scattò di nuovo tra le fronde degli alberi. Poteva arrivare in città in dieci minuti, percorrendo le scorciatoie di corsa. E lì... Avrebbe trovato aiuto. Sperando di non essere già in ritardo.

- Lasciatemi andare! Mi consegnerò! E' me che vogliono, non dovete morire tutti per colpa mia!- Gridava Oda, mentre Aleyd, disperata, tentava di trattenerla e calmarla.
- Non se ne parla.- Hildegard la guardava con severità e con una calma invidiabile, in quella situazione. - Non ti lasceremo andare. Smetti di urlare in quel modo. Il panico non ci aiuterà. Prima di darci per sconfitte abbiamo ancora qualcosa da fare.
- Sì, ma facciamola in fretta.- Mormorò Ysentrude, guardando fuori da una finestra. - Sono qui. Bruceranno la porta.
- Il legno è massiccio, non brucerà immediatamente. E poi c'è una grata di ferro che separa la zona dell'ingresso dal secondo piano. Se vogliono sbarbarla ci metteranno più di un'ora. Forza, dividiamoci i compiti. Ysentrude, tu sarai la vedetta e ci informerai dei loro movimenti. Aleyd, prendi i bambini e gli altri ospiti e portali al nascondiglio nel sotterraneo, giù sotto la chiesa. Se anche facessero del male a noi, laggiù nessuno li troverà.
- Speriamo.- Mormorò Aleyd, lasciando andare Oda. - Vado subito.
- Bene. Io mi occuperò della difesa.- La donna spostò lo sguardo su Oda e le fece un sorriso. Insolito, per quel momento di terrore. Insolito per quella donna dall'apparenza distante. Un sorriso dolce, qualcosa che tolse tutte le parole alla ragazza. Poi Hildegard le tese la mano. - So che sei brava nelle scienze. Verrai con me? Metteremo a frutto le nostre conoscenze per difenderci come possiamo.
E Oda, malgrado la paura e il dolore, ricambiò il sorriso e le prese la mano con impeto.
- Va bene.
Hildegard allora la avvicinò a sé e le fece una carezza. Aveva rughe di preoccupazione in viso e un'espressione tesa, però non smise di sorridere.
- Non aver paura. Non finché non sarà il momento di averla. E anche in quel momento, appigliati al potere della divinità e fidati. Se anche dovessimo perdere le nostre piccole vite, stanotte, non sarebbero state vite sprecate, né questa è la fine di tutto. Pensando a queste cose, concentrati: se abbiamo una possibilità di sopravvivenza, quella sta nella calma che riusciremo a conservare.
Oda annuì, rassicurata da quelle parole e dalle mani della donna. Poi Hildegard la condusse con sé alla sua stanza.
- Tempo fa cominciai a elaborare una polvere per le evenienze come questa.- Spiegò la monaca. - Qualcosa che infastidisse gli occhi e la gola degli aggressori. Dobbiamo trovare un modo per lanciarla su di loro e far sì che abbia effetto. Ci vorrebbe qualcosa come un'esplosione alchemica. Capisci di cosa parlo?
- Quando i materiali reagiscono tra sé e provocano uno forte schianto che sbriciola quel che c'è attorno.
- Esatto. Noi abbiamo bisogno di uno scoppio che spanda la polvere urticante.
- Va bene. Io conosco un po' d'alchimia. Una piccola esplosione alchemica sarei in grado di produrla.
Hildegard le mostrò una cassa di legno aperta, piena di boccette e scatoline.
- Cerca lì quello che ti serve. Prendi qualsiasi cosa, senza premurarti di chiedere.
Oda guardò quel crogiolo di possibilità e per un attimo dimenticò gli uomini armati fuori dal monastero, col pensiero fisso solo su ciò che sapeva fare e ciò che avrebbe potuto produrre. Si inginocchiò di fronte alla cassa e si mise a cercare, a studiare, a capire cosa fossero quei componenti.
Quando ebbe preso visione della situazione alzò la testa verso la monaca e ne incontrò gli occhi. Le fece un piccolo sorriso soddisfatto.
- Forse so cosa fare.

Fu proprio quando il portone iniziò a cedere alle fiamme, quando Ysentrude ormai mormorava a ripetizione preghiere sconnesse, tormentandosi le mani e la veste, con le lacrime agli occhi, fu in quel momento che da una delle finestre superiori qualcosa venne lanciato sugli aggressori. Qualcosa che si librò in aria un attimo e poi esplose, rovesciando sulle teste degli uomini armati un istante di lieve pioggia, appena distinguibile nella notte.
Subito seguirono urla di disappunto e dolore. Un uomo si gettò giù dal cavallo, scagliando via la spada e la torcia che reggeva: aveva portato le mani al volto, come per una ferita improvvisa. Ysentrude udì maledizioni mischiate a forti attacchi di tosse, grida di sorpresa che si mutava in panico e il nitrire spaventato dei cavalli.
Smise di pregare, non perché si sentisse ormai al sicuro, ma perché la sua bocca era occupata ad aprirsi in un “oh” di meraviglia, mentre guardava l'esito inatteso dell'attacco, con le mani artigliate al davanzale e gli occhi spalancati come quelli di un bambino.
Ancora più incredibile: da lontano c'era qualcuno che avanzava. Lucine danzanti e figure in movimento. Chi erano? Amici oppure no?
Un altro involto esplosivo venne giù dall'alto. Fece meno danno ai nemici già sparpagliati, ma li costrinse a disperdersi ancora di più, allontanandosi dalle mura e dal portone. Le fiamme mangiavano pian piano il legno, però quella schiera d'ombre indefinite si faceva sempre più vicina, e forse...
Una terza esplosione colpì in piena faccia uno dei capi. I suoi uomini si preoccuparono di lui, più che del portone: fu per pochi istanti, ma quei pochi istanti bastarono a portare gli sconosciuti che emergevano dalla notte abbastanza vicini da avere una consistenza, un volto e un nome. Era la guardia cittadina, capitanata da un uomo alto e robusto, con un'abbondanza di ricci e barba nerissimi: Konrad l'armaiolo. Accanto a lui c'era la loro fuggitiva, Agnetha, che reggeva una torci e lanciava urla all'indirizzo dei nemici. Ysentrude mormorò una preghiera di gratitudine a chi le aveva salvate.
In quel momento uno degli aggressori si rialzò da terra e puntò una finestra ben precisa con la balestra. Ysentrude gridò. La freccia partì e seguì una traiettoria perfetta, centrando in pieno la finestra.
La monaca gridò di nuovo, e un altro grido rispose come un'eco al suo, arrivandole dritto al cuore come se quella freccia avesse colpito lei.

Un soldato esperto avrebbe liquidato quello scontro come qualcosa di piccolo e veloce: una manciata di guardie contro un piccolo drappello di nobili esaltati, qualcosa che si era risolto in fretta.
Agnetha non era né un soldato, né esperta di niente. Le sembrò una notte lunga quanto una guerra, piena di grida, fuoco, sangue e disperazione. Rimase in seconda linea, a guardare lo scontro, a domandarsi come avesse potuto vivere per tanto tempo senza capire quanto fossero distanti le immagini nella sua mente e la realtà.

*

- Sto bene. Smetti di ronzarmi intorno.
- Sì, ma...
- Il capo delle guardie è qui, hai detto?
Ysentrude scostò la tenda dalla finestra, come le era stato comandato. Un prepotente raggio di sole inondò la stanza e il viso pallido e sofferente di Hildegard. La donna era distesa sul suo letto, con una fasciatura macchiata di sangue che le stringeva il braccio sinistro. Si era sporta per lanciare ancora la sua polvere sui nemici, e la freccia del balestriere l'aveva colpita. Era un problema tipico di Hildegard: se c'era da fare il lavoro sporco, lo faceva lei soltanto, e lei soltanto se ne prendeva le conseguenze.
Ysentrude si avvicinò alla sua superiora e amica e si sedette sul bordo del suo letto.
- Che ci fai ancora qui? Fai entrare il capo delle guardie!- La richiamò Hildegard.
- Aspetta un attimo. Voglio dirti una cosa.
- Non è detto che io voglia ascoltarla.
- Lo immagino. Ma ho intenzione di dirtela lo stesso, anche se so che ti sto disobbedendo coscientemente. Dopo puoi fare quello che vuoi, puoi prendere tutti i tuoi provvedimenti. Ora però ascoltami. Sei il capo di una comunità. E' giusto che tu prenda iniziative personali, che tenga per te le idee e che ti esponga ai pericoli in prima persona. Ma attenta che questo non sia frutto della tua presunzione di sapertela cavare da sola.
- Grazie per il consiglio.- Brontolò l'altra, assumendo la sua peggior espressione fredda e seccata.
- Non ho finito. Io voglio che tu capisca una cosa. La tua comunità è fatta solo di amici, Hildegard. Gente che è qui per sostenerti. Non hai bisogno di fare tutto da sola. E noi siamo comunque una tua responsabilità. Abbiamo bisogno di te... viva. E sana, presente e attiva tra di noi.
- Quindi, in conclusione?- Chiese Hildegard, appena un po' più dimessa. Ysentrude sapeva che, nonostante non lo mostrasse, la superiora non era rimasta insensibile a quelle parole.
- In conclusione: hai messo in camera insieme due ragazze problematiche e abbiamo rischiato sia di essere assaliti da un clan di pazzi, sia di perdere te. Non riprovarti mai più a fare qualcosa del genere!
Poi si alzò e andò ad aprire la porta dietro alla quale attendeva il capitano delle guardie della capitale, convocato dalla stessa Hildegard. Non si voltò a guardare come l'altra avesse reagito a quelle parole. Non si sarebbe mai pentita di averle dette, comunque.
L'uomo, un tipo piuttosto giovane per essere stato scelto per una carica importante come quella che ricopriva, avanzò e si fermò a rispettosa distanza dal letto della madre superiora.
- Mi avete fatto chiamare, signora.
- Desidero sapere che provvedimenti sono stati presi verso il clan Iward.
- L'attuale capo e una parte dei suoi sostenitori sono stati arrestati e saranno processati, non solo per l'assalto al monastero ma anche per il sospetto omicidio del vecchio capo. Il comando è passato nelle mani del fratello minore del vecchio capo. La giovane Iward, che si era rifugiata qui, non è più in pericolo, a detta del nuovo signore.
- Capisco. Bene, vi ringrazio, per questo e soprattutto per il vostro intervento, ieri notte. Non oso pensare a cosa sarebbe successo, senza di voi.
- Signora, il nostro intervento sarebbe stato inutile senza il vostro ingegno che ha ritardato l'iniziativa degli assalitori. Spero che vi rimettiate in salute presto.
Si inchinò e poi lasciò sole le due donne. Ysentrude richiuse la porta e si apprestò a riprendere la sua ramanzina a Hildegard. La quale però aveva naturalmente altri progetti.
- Vai a chiamare le ragazze. Ho bisogno di parlare con Oda e Agnetha subito. Puoi rimanere anche tu, se vuoi.
- Devi riposarti! Non puoi rimetterti subito a...
- Vai immediatamente! E' importante.
Ysentrude obbedì, rassegnata, e condusse lì le giovani. Oda aveva uno strano sguardo malinconico, Agnetha sembrava essere stata trasportata all'improvviso in un altro mondo: guardava il vuoto e quasi non riusciva a parlare.
- Avete deciso quale sarà la vostra strada?- Domandò Hildegard.
Agnetha abbassò la testa e non emise suono. Oda fece un buffo saltello da bambina e si accostò al letto.
- Io... Voglio restare qui. Chiamarmi Oda e vestirmi come voi e vivere come voi.
- Eh?
Ysentrude dovette impedirsi di ridere forte. Era inaudito che una ragazzina lasciasse Hildegard senza parole! E invece la signora era lì, con un'espressione basita dipinta in viso, mentre la biondina sorrideva come se avesse detto la cosa più normale del mondo.
- Mi piace qui. E' pieno di pace, ci sono persone interessanti e poi potrei portare avanti i miei studi.
- Puoi rimanere come ospite, ma non come monaca.- Ribatté Hildegard, tornando in sé.
- E perché?
- Perché prima devi capire bene come viviamo qui e perché.
- D'accordo. E se capirò e vorrò unirmi a voi?
- Ogni cosa a suo tempo. Vuoi davvero conservare il nome di Oda?
- Certo. E mi taglierò i capelli.- Disse, indicando la treccia bionda. - Sono anni che volevo farlo, ma le tradizioni nobiliari vogliono che le ragazze abbiano una treccia infinita da riempire di inutili decorazioni.
Hildegard sorrise, divertita.
- Come vuoi. Promettimi però che non prenderai alla leggera la tua permanenza in questo luogo, e che cercherai di comprendere quello che veramente vuoi fare nella tua vita, ora che sei libera.
- Promesso. E voi... Voi mi promettere che mi aiuterete nei miei studi, signora?
- Vedremo. Potrei azzardarmi a prenderti come allieva, ma tutto dipenderà dalla tua diligenza.
Oda trattenne a stento un grido di gioia. Hildegard spostò lo sguardo su Agnetha, ancora silenziosa.
- E tu?
- Non lo so. Non merito niente. E' stata colpa mia. Quello che... Ho commerciato con degli assassini senza pensare alla conseguenze. Era per sfamare mia madre, dicevo, ma mi è sempre piaciuta l'idea di gestire i miei soldi. Non credo di...
- Vuoi un buon modo per fare ammenda?
- Come posso fare ammenda?- Gridò Agnetha, finalmente alzando la testa e mostrando gli occhi arrossati. - La famiglia di Oda è morta anche per colpa mia.
- Forse è vero, forse no. Le armi gliele avrebbe date qualcun altro.- Rispose Hildegard. - Ascolta quello che ti propongo. Resta qui. Apriremo una bottega in cui farai riparazioni e restauri. Potrai tenere i soldi che guadagni. E stando con noi darai la tua vicinanza a Oda come indennizzo per quel che ha perduto.
- Io non vorrei la vicinanza di chi ha ucciso la mia famiglia.
- Non sei stata tu!- Esclamò Oda, che sembrava sorpresa dall'atteggiamento dell'altra. - Non l'ho mai pensato. E senza di te, comunque, saremmo morti tutti, ieri notte.
- Probabilmente senza di me quelli del tuo clan non sarebbero mai arrivati qui.
- Però ora chi mi voleva fare del male è in prigione. Alla fine le cose sono meglio di com'erano prima, non ti sembra?
- Si può sapere come fai a essere tanto positiva?- Sbottò Agnetha, guardando storta l'altra.
- Perfetto.- Mormorò Hildegard, spostando lo sguardo da una all'altra.
- Perfetto cosa?- Chiesero in coro Ysentrude e Agnetha.
- Ho l'impressione che stare accanto a Oda sarà per te una splendida redenzione.- Rispose la superiora, soddisfatta.
Agnetha abbassò la testa con un sospiro. Oda rise: sembrava davvero felice di quella soluzione.
- Rimarrò.- Mormorò la ragazza dai capelli scuri. - Farò quel che volete. Però, vi prego, aiutate la mia famiglia. Loro...
- L'hanno sempre fatto.- Rispose una voce maschile alle loro spalle. Konrad l'armaiolo fece il suo ingresso nella stanza. - In questo tempo in cui tu eri al monastero, loro hanno sfamato tua madre e le tue sorelle.
- Sempre il solito, incapace di mantenere un segreto.- Gli disse Hildegard.
- Bentrovata, signora. Pungente come ci si aspetta da voi. Non dovete stare così male, allora.
Le due ragazze guardarono con meraviglia l'uomo impertinente che si rivolgeva così alla superiora. Il ghigno di Konrad sembrò sconcertarle. Ma Hildegard ignorò del tutto quel modo di fare, tornando a parlare alle giovani.
- Andate pure. Riposatevi e non pensate a niente di troppo gravoso.

Fuori dalla stanza della monaca Agnetha ebbe il coraggio di guardare Oda negli occhi per la prima volta dopo gli eventi della notte precedente.
- Mi odi?
- Ti ho detto di no.
- Pensavo lo avessi fatto per passare bene davanti alle monache.
- Ti sembro capace di una finzione del genere? Io sono una sciocca, non sono brava a mentire.- Rispose Oda, ridendo. - Sei una delle persone migliori che abbia mai conosciuto.
- Devi aver conosciuto della gente veramente tremenda...
Oda la prese per un braccio e la trascinò con impeto in direzione della loro stanza.
- Dai, forza, andiamo a rimettere a posto la camera! Ora che dobbiamo condividerla per molto tempo, è necessario organizzarsi bene, e...
- No, no, ti prego, no!
- Invece sì!

Ysentrude guardò l'armaiolo chino sul letto di Hildegard. Era sempre un po' imbarazzata quando Konrad doveva parlare con la superiora. Avevano un modo di rapportarsi che finiva per escludere il resto del mondo, anche se non facevano apposta a scegliere quel modo di agire. Era naturale. Era sempre stato naturale, per loro, anche ai tempi in cui Hildegard era una ragazza della borghesia cittadina e Konrad la corteggiava.
- Siete sicura di aver agito bene con quelle ragazze?- Stava dicendo l'uomo.
- Ovvio.
- Siete troppo clemente, signora.
- Detto da chi mi accusa sempre di ingiustificata crudeltà...- Ribatté lei.
- Clemente con tutti, meno che con me. Lo sapete bene. E' così da sempre.
- Non avevamo pattuito di tenere fuori il passato da queste mura, Konrad?
Lui rise, poi rubò un fiore tra quelli posti in un vaso accanto al letto della donna e glielo offrì.
- Cosa piuttosto difficile, signora. Comunque, lasciando da parte gli scherzi... State bene?
- Sto benissimo.- Hildegard prese il fiore con poca grazia, lo sbatté in testa all'armaiolo e poi lo rimise a posto. - E' una ferita di superficie e se non fosse per Ysentrude e Aleyd che strepitano appena mi alzo, sarei già al lavoro.
- Sono qui pronta a strepitare.- Commentò Ysentrude, mettendo le mani sui fianchi.
- A dire il vero ci sono anch'io.- Mormorò Aleyd, mentre sulla porta compariva il suo faccino affilato e lentigginoso, con un ciuffetto crespo e rossiccio di capelli sfuggito al controllo del velo. - E strepiterò a lungo, se ti vedrò in piedi.
- Siete circondata da guardiane inflessibili.- Notò Konrad, abbandonando l'aria derisoria. - Posso stare tranquillo. Grazie per aver accolto la mia ragazzina pensierosa. So che questo è il posto migliore in cui poteva finire. Mi auguro che ci rimanga a lungo.
- Anch'io.- Disse Hildegard. - Mi prenderò cura di lei, stai tranquillo.
- Vi chiedo solo di darmi un'ultima risposta, signora. Lo sapevate che Oda era parte del clan Iward, ovvero il armato da Agnetha? Lo sapevate, quando le avete messe in stanza insieme e avete voluto che condividessero il loro tempo al monastero?
Ysentrude guardò Aleyd, che fece un sorrisetto. Povero illuso di un Konrad: come poteva fare una domanda tanto ingenua? Come poteva pensare che ci fosse della buona fede nelle azioni di quella creatura temibile che si nascondeva sotto le spoglie di una saggia monaca?
- Certo.- Rispose Hildegard, con tutta la tranquillità possibile. Konrad spalancò gli occhi per la sorpresa.
- Signora, questo non vi fa onore.
- Ho pensato che se Agnetha avesse scoperto di aver preso parte alla fine della famiglia di Oda, questo l'avrebbe fatta riflettere sulle sue azioni.- Ammise Hildegard.
- Non avevate previsto esiti rovinosi?- Insisté Konrad. - Non temevate che Oda cercasse di fare del male ad Agnetha, per vendicarsi? Eravate perfettamente tranquilla?
Ysentrude pensò che se Hildegard avesse risposto di nuovo “Certo.” con quella sua aria superiore, Konrad le avrebbe rovesciato in testa l'intero vaso di fiori. Hildegard però non disse nulla: si limitò ad assumere un'aria contrariata, come a dire che tutti stavano pensando a pericoli ormai scongiurati e che era del tutto inutile parlarne ancora.
Niente da fare con la loro signora. I percorsi della sua saggia mente difficilmente sarebbero stati a loro comprensibili. Così come a loro sarebbe sempre sfuggita la misteriosa genialità delle sue idee.
Certo, se Hildegard avesse spiegato subito cosa aveva in mente per le due ragazze, forse le avrebbero dato della pazza, impedendole di agire.
Ysentrude scosse la testa e si passò le mani sul viso.
Forse la Sapienza, che prediligeva i pazzi, era davvero solita sussurrare ispirazioni misteriose alla loro pazza signora.
- Non potremo capire mai, eh?- Le bisbigliò Aleyd, ridendo.
- Già. E... sai una cosa? E' molto meglio così!

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