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[SUPERNATURAL] - A occhi aperti 3/?

Titolo: A occhi aperti.
Fandom: Supernatural.
Personaggi: Castiel, Eustacia Smith (OC).
Parte: 3/?
Rating: + 14.
Note:  Spoiler Quinta Stagione.
Disclaimer:  I personaggi di "Supernatural" non mi appartengono e questa è un'opera di fantasia. Ogni riferimento a fatti e/o persone reali è puramente causale. Non ha scopo di lucro.




Il furto allo studio medico era quanto meno curioso: c'era qualcosa di buffo ed inspiegabile nella sparizione delle attrezzature oculistiche; Josiah tentò di dar seguito alla labile traccia della frode assicurativa ma fu costretto ad abbandonarla all'ora di pranzo, quando le indagini finanziarie rivelarono la manifesta onestà del dottor Sullivan, Eustacia si concentrò sulla qualità degli strumenti, sul loro possibile valore al mercato nero; il furto le parve un rischio eccessivo per un bottino ingombrante, la cui domanda era praticamente nulla. Inoltrò un'ultima email e si rilassò sulla sedia da ufficio rivestita di stoffa verde, era un regalo dei genitori per la sua promozione, solamente il Capitano Nerys Bennett poteva vantare una simile comodità.
«Hai fame?» Josiah ruppe il silenzio per primo, la domanda aveva una sfumatura amichevole persino premurosa, ma tenne la testa bassa sulla tastiera del computer e non sollevò lo sguardo sulla collega.
Eustacia si strinse nelle spalle: «Sì, ci prendiamo una pausa?» disse, lo scorse annuire lievemente: «Faccio una telefonata, allora.» aggiunse.
«Hai retto quattro ore, sei una dura.» la canzonò Gordon.
La ragazza si alzò, prese la borsetta e si dileguò nella toilette delle signore, non si voltò ma fu sicura che Josiah la stesse fissando con un sorriso compiaciuto. Riservò un cenno di saluto a Thorne, il chiasso non scemò nel corridoio, i rumori provenienti dagli altri piani si diffondevano attraverso la tromba delle scale.
Il bagno era un locale tinteggiato di bianco, ordinato e pulito: c'erano sei porte di legno socchiuse, un lavandino ampio sormontato da uno specchio rettangolare, senza cornice; Eustacia estrasse il telefono cellulare si accertò di non aver ricevuto chiamate, c'era un messaggio della sorella a cui rispose. L'appetito fu sostituito dall'ansia, da un'emozione impastata di adrenalina che aveva provato soltanto da adolescente, scosse il capo, selezionò un nome dalla rubrica e premette un tasto. I primi squilli caddero nel silenzio, ogni secondo di attesa la umiliava, abbassò lo sguardo incapace di sostenere l'amarezza che traspariva dal suo riflesso.
Eustacia non si accorse del trillo metallico alle sue spalle, il suono estraneo la sfiorò appena; il secondo squillo, al contrario, la colpì con la forza di uno schiaffo in pieno volto: sbatté le palpebre, iniziò a respirare con estenuante lentezza, incredula dischiuse le labbra ma non parlò. Castiel era alla sua sinistra, le braccia sfioravano le tasche del trench, lo sguardo era fisso sullo specchio.
«Salve.» la voce di Castiel la raggiunse simile ad un boato, troppo mascolina per il luogo e del tutto inattesa.
«Castiel?» Eustacia non riuscì a dire altro, interruppe la comunicazione e rimase con il cellulare a mezz'aria; desiderò stringerlo a sé, abbracciarlo con la dolcezza di un'amica, con lo slancio di un'innamorata ma non vi riuscì. Restò ad ascoltare i rumori oltre la porta chiusa, il traffico in strada, il lento scorrere dei secondi: «Sei arrabbiato con me?» la domanda era infantile, la pensò e la pronunciò nel medesimo istante, era troppo tesa per riflettere.
«Io non sono mai arrabbiato con te.» disse lui, soffermò lo sguardo sulla giovane.
Eustacia avrebbe regalato l'anima ad un qualsiasi demone, una delle creature da cui Castiel la metteva in guardia, pur di avere una confusa idea dei pensieri dell'Angelo ma non le era dato sapere nulla e si sentiva sciocca a domandare, presuntuosa a pretendere una spiegazione da un Messaggero del Signore. Attese, oramai era talmente abituata a pazientare da zittire la frustrazione persino a se stessa.
«Devi parlare con Gerald Kaine.» aggiunse Castiel, proseguì a fissarla e benché avesse assunto un tono severo, non poté nascondere un'inclinazione apprensiva nella voce, un'indulgenza bonaria nello sguardo. Durò un attimo, lui chinò la testa mentre lei sospirava con teatralità: «È tutto?» lo punzecchiò esasperata: «Sei nel bagno delle donne per questo?»
«Mi hai chiamato.» si giustificò lui senza battere ciglio, come se fosse perfettamente normale agire in quel modo.
Eustacia sospirò, avrebbe potuto sprecare tempo ed energia a ribadire un concetto chiaro solamente nella sua testa, ma si sarebbe rivelato un gesto inutile o persino sgradito.
«Io ci proverò.» si arrese lei, la voce divenne un sussurro come se provasse vergogna per la docilità dimostrata: «Potresti accompagnarmi...»
«Complicherei le cose.» tagliò corto Castiel, si accigliò contrariato e sembrò perdersi nelle sue riflessioni.
Eustacia non ebbe modo di chiedere delucidazioni: la porta si aprì e nel medesimo istante l'Angelo svanì senza alcun rumore.

***

   C'era una tavola calda davanti al 70° Distretto, un locale economico e semplice. Gli anziani proprietari, i coniugi Butler, sollevavano la serranda all'alba e chiudevano in tarda serata; non avevano mai subito una rapina e non c'era neanche un graffito a sporcare l'intonsa facciata dell'edificio. Il capitano Bennett aveva donato al signor Butler uno schermo al plasma che troneggiava dietro al bancone, veniva acceso per seguire le cronache sportive; c'erano sei tavolini tondi, il lucido pavimento era di un vezzoso color cipria e sulla parete alla sinistra dell'entrata, sotto ad una pesante croce, erano appesi i ritratti dei poliziotti morti in servizio.
«Avete parlato?» domandò Josiah, bevve un sorso di birra prima di proseguire il pasto. Aveva ordinato bistecca al sangue e patatine per entrambi, non gli serviva chiedere conferma ad Eustacia.
«Sì.» rispose lei, si concentrò sul piatto ed infilò la lama nella carne: «Perché ti interessa tanto?» soggiunse ironica.
Josiah scosse appena la testa: «Sono vecchio, Stacy.» disse con teatralità: «Non ho i soldi per un'altra moglie, quindi mi limito a guardare gli altri».
«Noi non stiamo insieme.» puntualizzò seccata lei.
«Sembra l'opposto.» considerò Josiah ed aggiunse: «Come ha detto che si chiama?»
«Non l'ho detto.» ribatté prontamente la donna: «Il suo nome è Cas.» mormorò a bassa voce, quasi con ritrosia.
«Cas?» ripeté divertito Gordon: «Come uno di quegli idoli gay per ragazzine esagitate?»
Smith ignorò la provocazione. Mangiò in silenzio per qualche minuto, guardò il vento scostare le foglie ingiallite oltre la vetrina.
«Nevicherà.» osservò con noncuranza Josiah. Eustacia apprezzò quel tentativo di conversazione, conosceva abbastanza bene il carattere ombroso del collega e non scambiava il suo sarcasmo per insensibilità.
«Il caso dell'oculista è strano.» esordì Eustacia, deglutì l'ultimo boccone: «La gioielleria ha un servizio di videosorveglianza, potremmo ricavare qualcosa dai filmati. Ti pare?» la domanda non era affatto retorica, Josiah aveva una maggiore esperienza e lei non era tipo da metterne in dubbio la competenza.
«Sì.» acconsentì l'uomo: «La zona è piuttosto buia, perché uno dei lampioni è fulminato; l'ha detto l'infermiera. » sorrise, scostò il piatto vuoto: «Dovremmo avere il tipo di macchina usata per il furto.» concluse alternando lo sguardo da Eustacia al bancone: «Vuoi ingraziarti il gioielliere?»
Eustacia respirò a fondo: «Non mi piace fare la ruffiana!»si lamentò querula.
«È un peccato, perché ti riesce bene.» la zittì Gordon, il tono era scherzoso ma omise qualsiasi specificazione o rassicurazione, si alzò e pagò il conto.

***

   Le strade ed i tetti dei palazzi erano coperti da un velo candido, seduta alla propria scrivania Eustacia non si era accorta del nevischio che si posava placidamente sull'asfalto, mescolandosi con la polvere e la sporcizia. Era stata il sergente Shapard ad indicarle la finestra.
«I bambini ne saranno entusiasti!» aveva commentato sorridente Hazel Shapard.
Era stata la prima compagna di Eustacia ed era rimasta la sua migliore amica; era un'ottima investigatrice, una persona amabile, una madre affettuosa per i figli, Rebecca e James, ma per conciliare gli innumeri doveri aveva optato per un impiego d'ufficio. Eustacia era stata l'unica a non rimproverarle quella decisione.
Era rincasata per cena, l'estenuante trattativa con il signor Fan si era protratta per buona parte del pomeriggio, si era arreso quando la detective aveva minacciato una visita nel retrobottega della gioielleria.
«Va bene, si prenda la registrazione.» aveva detto il signor Fan: «Alle sette chiudo il negozio. Non rimango un minuto in più.» aveva spiegato.
Il traffico congestionato aveva costretto Gordon e Smith a procrastinare l'incontro.
«Domani, Stacy, andremo al cinema.» aveva sentenziato beffardo l'uomo. Aveva lasciato il collega alla stazione della metropolitana, in un batter d'occhio si era scoperta infreddolita, stanca ed affamata.
L'appartamento che Eustacia aveva comprato era situato nel quartiere pattugliato dal 70°Distretto; era sito al terzo paio e benché non potesse vantare ampi locali, era in buono stato. Gli Smith si erano impegnati ad arredarlo, a tinteggiare le pareti, a cucire le tende bianche della camera da letto, a sistemare le tubature dell'acqua, a spostare la poltrona ereditata dalla nonna in soggiorno; era stata Daphne Smith a comprare il divano rivestito di stoffa bordeaux, era stato Arthur Smith a costruire il basso tavolino che reggeva la TV ed era stata Penelope Smith a scegliere la plafoniera del bagno, avevano lavorato un'intera estate. Eustacia amava quel posto, perché le apparteneva e perché vi sentiva l'affetto premuroso della famiglia, la solerzia mai invadente con cui era stata cresciuta.
Era sera, i fiocchi di neve si posavo sulla balaustra del balcone che dal salotto si affacciava sulla strada. Eustacia stava sonnecchiando mentre le immagini del notiziario si facevano violente, era avvolta in una coperta di lana ed alcune ciocche sfuggivano ai denti stretti del fermaglio e le scivolano sul viso.
«Salve, Stacy.» la voce di Castiel era bassa, un mormorio che la donna associò al brusio esterno; non vi badò, né l'Angelo cercò di attirarne l'attenzione. Fu per caso che Eustacia lo intravide alla propria destra: sedeva sulla poltrona, le mani congiunte all'altezza del grembo, la testa leggermente inclinata verso sinistra e la fronte aggrottata, lo sguardo era concentrato sullo schermo del televisore.
Eustacia sobbalzò, represse un grido e quasi istintivamente portò la mano destra alla schiena dove assicurava l'arma d'ordinanza, sfiorò la flanella del pigiama e quel contatto la riportò al presente.
«È da molto che sei qui?» domandò e non riuscì a nascondere un certo disagio.
«No.» rispose Castiel, si era voltato dimentico del resto: «Non era mia intenzione spaventarti.» puntualizzò, come a volersi giustificare.
Eustacia annuì, scostò la coperta ma non si mosse: «Potevi telefonare.» azzardò.
«Non ero nelle condizioni di farlo.» ribatté Castiel.
La donna si sporse verso il tavolinetto sul quale aveva poggiato il telecomando: «Hai esaurito la carica?» domandò con un sospiro.
«Non ero in questa forma.» ammise con tranquillità l'Angelo.
Non seppe cosa dire, era ben lungi dall'immaginare cosa lui provasse e sarebbe stato inutile indagare. Afferrò l'apparecchio, sollevò la testa e vide la TV, vide che i canali si succedevano freneticamente senza che i tasti venissero pigiati.
«Ti hanno oscurato dei programmi.» commentò Castiel, non ricevendo alcuna replica proseguì: «Dean li fa attivare, basta chiederlo.» aggiunse, Eustacia non si pronunciò neanche allora: «Tu ne sai qualcosa?»
«Sono canali a pagamento, che genere cerchi?» chiese di rimando.
«Tu che genere hai?» disse Castiel.
«Un paio di canali di news.» elencò compita Eustacia: «Sul trentaquattro ci sono le prime visioni, sul cinquanta c'è la musica e lo stesso sul quaranta e sul ventidue. Dean, cos'ha?» si pentì immediatamente di tale imprudenza, suppose la risposta e chiuse gli occhi.
«Etero e gruppi».
«Ecco.» sbottò Eustacia.
La TV si spense, alla giovane bastò pensarlo perché ciò avvenisse, scostò lo sguardo su di lui.
«Parlerò con Kaine: è una promessa.» disse con dolcezza, l' insopprimibile tenerezza nei confronti di Castiel.
«Lo so.» replicò Castiel: «Ho una visione migliore degli eventi, sto cercando di aggiustare alcune cose... Non le solite, mi riferisco a Kaine ed a ciò che seguirà.» fece una pausa. Eustacia si limitò ad ascoltare, non a comprendere ogni parola ma il significato del discorso, il motivo che portava Castiel a parlarne. Lui non era loquace, ma aveva la sensazione che si cercasse di mostrarsi il più aperto possibile con lei, che provasse ad analizzare la sua esistenza con diversi parametri ed essere umana non le impediva di vedere il tormento che lacerava il Messaggero di Dio. Eustacia restava accanto a lui sia che mormorasse frasi bizzarre, sia che si zittisse.
«I particolari mi erano sfuggiti. È stata Sitael a notarli.» raccontò Castiel, le mani si portarono sui braccioli imbottiti della poltrona.
«Sitael?» Eustacia si strinse nelle spalle: «Ero sicura che fosse altrove, che non fosse fra noi.» si schiarì la voce impacciata. Lo stesso imbarazzo da studentessa impreparata.
«Sitael è una sorella.» spiegò Castiel ed assunse un atteggiamento condiscendente, come se Eustacia fosse una sorta di bambina da istruire: «Ha una grande conoscenza dell'Umanità, ma non cammina sulla Terra. Uriel non approvava la sua predilezione per voi, era convinto che si sarebbe ribellata e spingeva gli altri ad emarginarla. Adesso, ho capito che il suo è un temperamento mite, adatto alla diplomazia, mi aiuta anche se io non mi sarei mai esposto per lei. Sitael segue questa storia dagli albori, da prima che Kaine fosse in pericolo. » serrò la mascella, l'approfondimento gli sembrò sufficiente. Eustacia non pose obiezioni.
«La causa andrebbe prevenuta e non i suoi effetti.» aggiunse Castiel.
«Qual'è la causa?» lo interrogò lei.
Castiel si alzò, camminò sino ad un quadro appeso sulla parete destra: ritraeva la famiglia Smith.
«È la prima cosa che vedi rincasando.» non era un quesito, Castiel riusciva a ficcare il naso nella sua vita senza risultare sfacciato: «L'ha fatto Penelope che è sicura di non trasmettere niente con i disegni, ma quando lo guardi, ti senti amata.» si girò e la voce si fece seria, tesa: «Se lo perdessi?»
«Non lo direi a Penny» sdrammatizzò Eustacia, un senso di angoscia le artigliò la bocca dello stomaco.
«Se perdessi il loro amore?» la frase sembrò produrre un'eco che strinse il cuore di Eustacia in una morsa; cerco di di ispirare ed espirare con lentezza, socchiuse gli occhi.
«Castiel.» sussurrò con una calma fittizia, sapeva di essere una bomba pronta ad esplodere: «Succederà qualcosa alla mia famiglia?»
L'Angelo si accostò al divano, non si piegò ma le posò un mano sulla spalla e poi la ritrasse: «No.» disse con insolita delicatezza, con un timbro deciso ed allo stesso tempo rassicurante: «Non volevo che lo pensassi. Loro sono al sicuro. Io mi riferivo alle necessità umane: il sapere di essere amati, ad esempio. Gli Uomini non vogliono essere soli, tentano di essere qualcosa di più e forse con l'amore hanno questa certezza.» ipotizzò fra sé e sé.
«Fai supposizioni ignoranti.» lo rimproverò Eustacia: «Non sei nato Uomo, non puoi credere di avere ogni risposta e di poter porre tutte le domande, Castiel.» si passò le mani sugli occhi, ebbe voglia di piangere ma si ricompose.
«Se do quest'impressione, mi spiace.» disse e le parole di Castiel dissiparono la paura, la rabbia ed accentuarono il suo sopore.
«Castiel.» Eustacia sbadigliò: «La causa?»
«Non devi sapere altro.» sussurrò l'Angelo: «Riposati».
«Non sono a letto» bofonchiò Eustacia, le palpebre divennero pesanti.
«Ti ci porterò io.» concluse Castiel, posò l'indice ed il medio sulla sua testa, la vide accasciarsi sui guanciali; il respiro divenne regolare. L' Angelo pensò che Eustacia meritasse otto ore di sonno e di quiete; pensò che i suoi sogni dovessero essere piacevoli. E così fu.


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