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[Glee] Little Red Cape

Titolo: Little Red Cape
Autore: kurenai88 
Fandom: Glee
Personaggi: Kurt Hummel, Dave Karofsky
Genere: Introspettivo, Fluff
Rating: Verde
Avvertimenti: OneShot, What if? (E se…), Slash
Conteggio Parole: 4869 (FiumiDiParole)
Parte: 1/1
Note: 1. Per Francis<3 Voleva del pOrn ma questa fic si è conclusa così (credoXD potrei continuarla con un altro capitoletto°°), il pOrn lo avremo nella prossima oneshotXD
2. Si tratta di una What if? e si colloca dopo la partita della puntata 2x11 ù_ù nello scriverla mi sono detta che in quel momento Dave era davvero se stesso, nessuna paranoia, ed essere il ragazzo timido e imbranato che viene descritto dall’autore di Glee e dal suo attore<3 poi per quanto riguarda Kurt, penso che dopo l’iniziale sospetto – e la naturale paura – nel vedere l’altro sotto un’altra veste si possa comportare a sua volta come un’altra persona e quindi ho fatto “evolvere” i personaggi ù_ù
3. Evviva Cappuccetto RossoXD un giorno disegnerò Lupo!Dave e Cappuccetto Rosso!Kurt X°D
4. Inutile dirlo: non è ancora stata betata XD
Disclaimer: Le solite cose: I personaggi non mi appartengono e non ci guadagno nulla ecc ecc


 

{ Little Red Cape ~



Saltellava sugli spalti come un pazzo, battendo le mani ed esprimendo in quel modo poco decoroso la sua gioia per quell'importante vittoria.
Scarpe a parte, a Kurt non era mai piaciuto realmente il football - anche se era un ottimo Kicker -, ma in quel momento, come semplice spettatore, poteva dire di riuscire a comprendere l'eccitazione che un tifoso provava per la sua squadra. Quella che lo stava invadendo era una gioia diversa da quella che aveva provato quando era un giocatore lì in campo, ma era ugualmente piacevole ed esaltante.
Poi c'era stato lo show e non poteva nascondere che gli sarebbe piaciuto essere lì, con i suoi vecchi compagni, a cantare e ballare. Erano stati bravissimi e la coreografia aveva trascinato tutti gli spettatori, lui stesso aveva improvvisato qualche passo senza riuscire a trattenersi. Forse proprio per quell'assurda esaltazione, nel tornare a casa dopo quella lunga notte di festa - il Glee aveva invitato anche lui e Blaine in discoteca dove tutti avrebbero fatto festa -, restò stupito nel trovare per strada Karofsky, a piedi nel freddo della notte.
Rallentò quasi senza accorgersene, rendendosi conto solo il quel momento che non l'aveva visto al locale - forse era troppo impegnato a commentare la performance dello spettacolo per rendersene conto - ma l'aveva visto eccome nel campo. I suoi occhi erano stati come calamitati sulla sua figura che era corsa dentro il campo infilandosi la maglietta per iniziare a ballare con tutti gli altri.
Una piccola parte di lui aveva cinicamente pensato che sarebbe stato bello vederlo sbagliare, dargli una simile umiliazione da fargli abbassare la cresta, ma nel vederlo muoversi fu semplice mettere a tacere quella malignità perché Karofsky si stava dimostrando incredibile. Quel ragazzo grande e grosso era... bravo. Si muoveva bene anche se aveva ancora bisogno di molta pratica.
Nel ripensare a tutto quello, Kurt, si ritrovo a vagliare per qualche istante l'opzione che prevedeva l'accostare la macchina e complimentarsi con il giocatore.
Non aveva paura in quel momento perché lui ormai era al sicuro alla Dalton e Karofsky non poteva fargli più del male, inoltre aveva lo spray al peperoncino se le cose si mettevano male lì, ma non si fermo.
Andò avanti, superandolo e dicendosi che non sarebbe uscito dalla strada che aveva scelto per intraprenderne una più pericolosa: non avrebbe fatto l'errore di Cappuccetto Rosso.
Si sentiva davvero deciso, ma nell'osservarlo dallo specchietto retrovisore, la sua fermezza vacillò e non ebbe il coraggio di proseguire.
Karofsky camminava con la testa incassata nelle spalle, lo sguardo basso e le mani in tasca, non sembrava felice per la vittoria che avevano ottenuto... sembrava al contrario triste e Kurt non l'aveva mai visto in quello stato.
Cos'era accaduto per ridurlo in quel modo?

Da quando lo conosceva - forse era meglio dire: da quando era stato preso di mira da quell'orso -, il difensore dei Titans non era mai apparso triste e abbattuto. Era sempre stato violento, rude, omofobo e perennemente con un ghigno di scherno stampato in viso... ma in quel momento sembrava un'altra persona.
Che il Glee fosse davvero in grado di fare dei miracoli? Che nel riuscire a mostrare a Karofsky le sue doti l'avesse indotto al pentimento?
Kurt ne dubitava ma... maledizione - mise la freccia ed accostò al marciapiede più avanti -. potevano chiamarlo idiota per pensarlo, e sicuramente l'avrebbero fatto: ma preferiva vedere l'altro arrabbiato che triste. Non sempre però, solo in quella sera di festa perché, personalmente, pensava che Karofsky meritasse tutto il dolore di quel mondo per quello che gli aveva fatto passare.
Sospirò e, abbassando il finestrino, attirò l'attenzione dell'altro. Fu come un lampo che riuscì a stupire ancor di più Kurt, perché il giocatore nel vederlo assunse un'espressione quasi sofferente che lo spinse ad aumentare il passo, superando la macchina ferma.
Ancora una volta si chiese il motivo di quel cambiamento, ma non trovò risposta. Era semplicemente tutto troppo strano e curioso, un qualcosa che non si poteva ignorare tanto facilmente.
" Ka-karofsky!", era conscio che scendendo dalla macchina - e rischiando anche di strozzarsi con la cintura di sicurezza - stava andando incontro ad un grande pericolo, ma a rassicurarlo c'era il peperoncino ed il fatto che l'altro avesse fatto parte del Glee Club. " Volevo... farti i complimenti.", continuò.
" Li hai fatti ora vattene.", sbottò il difensore senza voltarsi.
" Sei stato... bravo. E mi costa ammetterlo dopo tutto quello che mi hai fatto."
" Vuoi che ti sfasci quel visino da femminuccia che ti ritrovi?", ringhiò Karofsky.
" Se mi minacci senza guardarmi non mi sembrano delle vere intimidazioni..."
Sembravano solo parole, parole senza senso che parevano volte solo ad un vano tentativo di allontanamento... ma non ci sarebbe cascato e l'altro, non voltandosi e riprendendo a camminare, riuscì solo a confermare le impressioni del più piccolo.
" Ehi! Sto parlando con te!", esclamò Kurt inseguendolo - si rendeva conto che stava andando incontro ad un qualcosa di pericoloso ma... ma non riusciva a tornare indietro, perché tutto quello era come uno show: doveva continuare fino alla fine.
" Evidentemente sono io a non voler parlare con te.", rispose Karofsky, ma nel rendersi conto che l'altro non desisteva si voltò per guardarlo male. " Ma si può sapere che vuoi da me? Tornatene da quella checca del tuo amico e lasciami in pace, Hummel!"
Era una domanda giusta - che voleva da lui? -, ma neanche Kurt aveva una vera e propria risposta... c'erano solo tanti forse. Forse cercava un pizzico di gentilezza anche da lui, forse voleva avere la dimostrazione che c'era davvero del buono in tutti... o forse cercava un cambiamento e delle risposte: perché non poteva accettare che il suo primo bacio fosse stato proprio con una persona crudele.
Lo guardò in viso - Karofsky sembrava arrabbiato ma nei suoi occhi leggeva delusione e tristezza - e ne sostenne lo sguardo, sentendo la familiare sensazione di rabbia e frustrazione montargli dentro come il giorno negli spogliatoi - e non gli era neanche servito un sms di Blaine per farlo reagire in quel modo.
" È semplice prendersela con me quando non voglio avere a che fare con te. Ma se accade il contrario scappi!", esclamò affrontandolo.
" Non sto scappando! Sei tu quello che è scappato in quella scuola per froci!", anche Karofsky reagì, sostenendo l'accusa a muso duro - ma i suoi occhi ancora tradivano il suo atteggiamento.
" Ma ti rendi conto dell'assurdità della tua affermazione? Volevi ammazzarmi!"
" L'avrei fatto se andavi a fare il pettegolo."
" E restare a vivere li nel terrore? No grazie!", si mise le mani sui fianchi in quella che doveva sembrare una presa di posizione.
" Sei subito andato a parlarne con quella checca!"
" Mi hai baciato Karofsky, se permetti ero confuso!"
" Fa quel che vuoi. Non voglio più avere a che fare con te."
" Non sei nemmeno un po' dispiaciuto per quello che mi hai fatto passare? Per aver preso il mio primo bacio?"
" Oh sentiamo, magari volevi che fosse con quel tappo?"
" Almeno lui non ha paura di ammettere la sua omosessualità.", ribatté aspramente Kurt, non riuscendo però ad ignorare del tutto una vocina che gli diceva che Karofsky era geloso di Blaine e, sempre la stessa vocina, gli fece anche notare che l'altro non aveva reagito alla sua frase - gli stava praticamente dando dell'omosessuale.
L'unica reazione che ottenne fu un rantolo esasperato da parte del difensore.
" Accetta un consiglio, Hummel: va a casa.", non aveva usato un tono astioso ma stanco e strano e Kurt si sentiva davvero come Cappuccetto Rosso che, scegliendo volontariamente la strada pericolosa del bosco, aveva incontrato il lupo... e non lo temeva, era stata una sua scelta: era troppo tardi per pentirsi.
" Siamo soli, Karofsky. Nessuno ti ascolta o ti sta giudicando... ci sono solo io e sto cercando di capirti."
" Perché?"
Ancora una volta una delle domande del difensore era sensata: perché?
Si concesse un attimo per raccogliere le idee, certo che con la sincerità avrebbe forse convinto Karofsky a fare lo stesso con lui.
" Perché hai vinto il campionato e dovresti essere felice, ma non lo sei. Perché ti per esibito con il Glee e non è stata un'umiliazione. Perché... perché non posso accettare che il mio primo bacio sia stato con una persona che fino a poco prima mi sbatteva sull'armadietto..."
L'altro lo osservò serio ma non parlo, spingendo in quel modo Kurt a continuare.
" Se odi tanto i gay. Se odi in particolar modo me... allora perché l'hai fatto?"
Karofsky restò ancora in silenzio. Non era mai stato bravo con le parole, perché anche se non sembrava era un ragazzo timido che per non farsi schiacciare dalla realtà liceale cercava con la crudeltà di sopravvivere. Lo sapeva che non era l'atteggiamento giusto, che stava sbagliando, ma non era coraggioso come i ragazzi del Glee Club - non era come Kurt Hummel. Non voleva essere etichettato come perdente né come gay - come ultimamente stava accadendo - ma non voleva neanche essere un codardo e quando sul campo aveva visto l'entusiasmo della platea e dei suoi compagni si era detto che voleva esserci anche lui. Avrebbe dimostrato a tutti che non era un perdente ma anche che era bravo - bravo davvero! - nel ballare... e gli piaceva, così tanto da vergognarsi per essersi comportato sempre come un animale con gli altri.
Alla fine avevano vinto e si era sentito felice. Non era mai accaduto, certo gioiva per le vittorie che ottenevano, ma in quel momento si sentiva se stesso, e anche se ormai aveva perso un pezzo del suo cuore a causa della maschera che indossava, aveva deciso di seguire l'esempio di Finn e degli altri ragazzi della squadra, trovare il coraggio che avevano avuto le ragazze nell'abbandonare la Sylvester prima della partenza... avrebbe chiesto al Professor Shuester se poteva entrare nel Glee: entrare come vincente e non come perdente così che nessuno avrebbe più osato prenderli in giro - parlava già come se fossero una squadra.
Ma li alla festa aveva visto proprio con l'insegnante il pezzo mancante del suo cuore, in compagnia di quell'altro che sembrava piacergli tanto. Hummel parlava con un ampio sorriso, sembrava ammirato ed esaltato, tant'è che Karofsky non ebbe più il coraggio di fare niente.
Non voleva rovinare la festa al ragazzo facendosi vedere – non avrebbe mai dimenticato la sua espressione terrorizzata – inoltre la presenza di quel Blaine lo metteva fortemente a disagio, anzi: lo rendeva geloso. Tremendamente geloso, perché lo sguardo che Kurt rivolgeva a quel tappo non sarebbe mai stato per lui. Per quel motivo poteva solo restare nascosto ad ascoltare i suoi pensieri – tutt’altro che felici in confronto all’allegria che lo circondava –, almeno fino al momento in cui non sarebbe tornato a casa... e chi l'avrebbe mai detto che sulla via per la sua abitazione si sarebbe incrociato proprio con Hummel?
Nessuno ci avrebbe mai neanche scommesso e nella solitudine di quella via - illuminata da qualche lampione e dai fari dell’automobile del più piccolo -, con i toni finalmente calmi e sinceri potevano chiarire... ma non era così semplice.
Dave non sarebbe mai riuscito ad esprimere i suoi sentimenti - non a voce almeno - e provando a fare un passo verso l'altro spero di non farlo scappare, anche a conti fatti, con Kurt alla Dalton, non aveva proprio niente da perdere.
Il più piccolo cercò di restare immobile, infilando una mano in tasca a stringere il suo prezioso spray al peperoncino, e tenne gli occhi fissi su quelli dell’altro, cercando di intuire le sue intenzioni senza farsi prendere alla sprovvista ma i suoi piedi lo fecero arretrare quasi senza che se ne rendesse conto.
Che… che vuoi fare?
“ Vuoi delle risposte.”, disse piano Karofsky, raggiungendolo e prendendogli la mano libera, sentì chiaramente un tremito scuotere Hummel e sapeva che questo era terrorizzato a causa sua, provò ad ignorarlo – insieme alla chiara sensazione di colpevolezza che ormai conosceva bene – e gli fece posare il palmo sul suo petto, all’altezza del cuore.
Era un’azione forse priva di senso – non aveva mai fatti simili sdolcinatezze, ma non era neanche mai stato un tipo violento: Kurt era in grado di far emergere nella sua persona lati impensabili – ma se era quello il centro di tutti i sentimenti forse il più piccolo avrebbe capito, avrebbe sentito come batteva quando gli era vicino.
C-che fai?”, gracchiò ancora Hummel, senza sapere che fare – se fidarsi del difensore o scappare finché era in tempo.
Dave socchiuse le labbra ma non fiatò sentendosi un emerito idiota per aver fatto quella stronzata – si era sicuramente reso ridicolo.
“ Lasciamo perdere.”, sbottò.
“ Sei… agitato?
“ Cosa?”, inizialmente Karofsky non comprese la domanda di Kurt.
“ Ti batte forte… il cuore, intendo…”, pigolò il più piccolo, sentendosi a sua volta un idiota per quelle considerazioni, trovando però il coraggio per guardare l’altro.
Esisteva una sola risposta per tutto quello – anche se non giustificava la violenza – ma Kurt non se la sentiva di dirla ad alta voce.
“ Abiti lontano?”, si allontanò facendo un passo indietro.
“ A tre isolati da qui.”, rispose Dave fissandolo.
“ Ti do un passaggio.”
Kurt doveva riordinare le idee e desiderava che Karofsky fosse vicino a lui per fargli altre domande – magari lentamente la paura sarebbe scemata e avrebbe fatto la cosa giusta, quella che avrebbe fatto Blaine: avrebbe aiutato il difensore ad uscire dall’armadio.
“ Non penso sia una buona idea.”, tagliò corto l’altro, scontrandosi però con lo sguardo deciso e meno impaurito di Hummel.
“ Ho detto che ti do un passaggio.”
“ Non sei nelle condizioni di darmi ordini.”, sbottò Dave.
Vieni e basta, Karofsky!”, esclamò esasperato Kurt, andando verso la macchina. L’altro lo guardò stupito poi, sospirando, decise di accettare quel passaggio – stupito anche dalla gentilezza dell’altro e sentiva di non meritarla.
Si sedette nell’auto del più piccolo e, mettendosi la cintura, lanciò un’occhiata ad Hummel che si dava una sistemata allo specchietto – era vanitoso ed immensamente perfettino, l’aveva spesso visto mentre si laccava i capelli davanti all’armadietto.
“ Fai una mossa falsa e faccio schiantare la macchina sul primo lampione.”, gli fece presente poco dopo Kurt, partendo.
“ Ora ti dai anche alle minacce, Hummel?”
“ Sì, perché se ti comporti così è più semplice parlare con te… ma non si sa mai.
Dave non aggiunse altro, osservando la strada che ben conosceva e, di tanto in tanto, lanciando delle occhiate al più piccolo che guidava. Fu proprio quest’ultimo a rompere il silenzio che si era creato.
“ Ho capito una cosa. Ma c’è un qualcosa che ancora non ha assolutamente senso… mi hai fatto passare delle settimane di inferno, mi hai terrorizzato e minacciato. Perché? Perché sei stato così violento quando… quando in realtà non lo sei?”
Era riuscito ad inquadrarlo, almeno in parte, ed aveva capito che Karofsky non era per davvero un bastardo. Lo sentì però grugnire, come a non volergli dare una risposta e, fu costretto a tirare fuori le altre cose che aveva capito nel stare con il ragazzo in quel breve periodo di pace che si era creata.
“ Non ti piace parlare. L’ho capito sai? Ma devi fare uno sforzo se vuoi essere in pace con te stesso.”, suggerì saggiamente. “ Tenere tutto dentro fa male e poi diventi un animale.”
Dave sapeva che Hummel aveva ragione, tutto quello che gli aveva combinato quando frequentava il McKinley erano la prova della frustrazione che sentiva.
“ Io mi sfogo cantando.”, aggiunse Kurt. “ Ci sono tante canzoni in grado di esprimere i sentimenti…”
“ Non intendo cantare.”, borbottò Karofsky – canticchiava solo quando era nell’intimità della sua stanza, quando a casa non c’era nessuno che poteva giudicarlo.
“ Facevo solo un esempio.”, spiegò il più piccolo, iniziando a rallentare. “ Siamo arrivati?”
“ Più avanti.”, rispose Dave, indicandogli una semplice casa bianca, notando subito l’assenza della macchina dei suoi, la sua invece era dal meccanico, ma non era una vera e propria sfortuna vista la situazione che si era creata… Hummel si stava dimostrando comprensivo nonostante tutto e lo stava facendo sentire bene. Peccato che stava per finire tutto, infatti quando si fermarono davanti all’abitazione Karofsky si tolse la cintura, grugnendo un ringraziamento tanto basso quando incomprensibile che, vista la risposta di Kurt, era stato ugualmente recepito.
“ Ma figurati.”, il ragazzo lo osservò scendere dalla macchina, fissandolo con insistenza.
“ Che c’è?”
Non mi inviti ad entrare?”, domandò, conscio di essere ormai sulla soglia della tana del lupo ma di non provare un reale terrore.
Dave lo guardò facendo una smorfia – avere Kurt a casa sua era un pensiero che non l’aveva mai sfiorato neanche lontanamente e, in tutta sincerità, non sapeva come reagire.
“ Dobbiamo ancora parlare. Non hai ancora risposto alle mie domande.”, spiegò Hummel spegnendo la macchina e decidendo che si sarebbe auto-invitato.
“ Stai facendo tutto da solo.”, gli fece notare Karofsky, aprendo la porta di casa ed accendendo la luce – rivelando un elegante arredamento opera di sua madre e che, dallo sguardo di Kurt, parve essere apprezzato.
“ Voglio solo approfittare di questa tregua. Sta diventando piacevole parlare con te, anche se sto parlando più io in realtà. Ti stai dimostrando un gran timidone sai? Non che sia male, ma non ti facevo così… in ogni caso: bella casa.
Dave lo osservò senza riuscire a rispondere, stupito dal fiume di parole – non astiose né crudeli – che il ragazzo gli stava amichevolmente rivolgendo, infatti si limitò a seguirlo con lo sguardo mentre studiava con interesse alcuni pezzi del mobilio.
“ Dico davvero: mi piace come è arredata. Si vede che c’è un tocco femminile in casa. Tua madre ha gusto.”, continuò a commentare Kurt, si sentiva a suo agio a dirla tutta: era solo con Dave Karofsky, nella sua abitazione deserta e si sentiva tranquillo, così tanto da parlare dei mobili dell’ingresso.
Quella situazione aveva dell’incredibile ed una vocina – la stessa che gli aveva fatto notare la gelosia che il difensore provava nei confronti di Blaine – gli sussurrò che se stava così era sicuramente merito della partita e dello spettacolo che gli avevano fatto vedere il più grande con altri occhi: non era più il suo bullo personale ma era un ragazzo timido e silenzioso. Era piacevole parlare con Karofsky – anche se parlava più lui che l’altro – e sperava vivamente di avere le risposte che stava cercando e, magari, di essere davvero utile al difensore.
Si voltò per lanciare un’occhiata all’altro, scoprendolo con un’espressione confusa – forse aveva seriamente parlato troppo.
“ Ehi, che faccia…”, commentò piano. “ Ho esagerato?”, domandò poi, alludendo alle sue continue chiacchiere.
“ No…”, ammise Dave, distogliendo lo sguardo solo per qualche istante prima di tornare a guardarlo – forse aveva capito che per risolvere tutto quello ci voleva un po’ di coraggio e… magari non era tutto perduto. “ In realtà è piacevole.”
“ Piacevole?”, lo interrogò Kurt.
“ Parli come se fossimo amici di vecchia data.”
“ Oh…”, un lieve rossore imporporò le guance del più piccolo. “ Mi sono lasciato andare. Scusa.”, borbottò, imponendosi un forzato silenzio mentre seguiva l’altro in cucina – bloccando ogni singola parola di commento sulle graziose cose che vedeva.
“ Guarda che non ti ho detto di stare zitto…”, gli fece presente Karofsky, guardandolo.
“ Oh… beh… perché ho notato un bel vaso. È greco per caso? Ci sta veramente bene su quel mobile. Poi la cucina! Mi piace questo marmo, ma se permetti un consiglio userei delle tende di un altro colore, lo fai presente a tua madre? Ci starebbe meglio un arancione più pallido visto il colore dei muri.”
Dave lo osservò girare per la cucina, commentando ogni singola disposizione del mobilio ed il colore, dando dei consigli che lui si sarebbe sicuramente dimenticato di li a poco: si sarebbe ricordato solo il suono della voce di Kurt.
“ Allora? Non mi offri niente?”, chiese poco dopo il più piccolo, sedendosi e mettendosi completamente a suo agio, studiando i movimenti dell’altro.
“ Sentiamo.”
“ Latte caldo. È delizioso! Concilia le chiacchiere.”
Karofsky annuì e, prendendo la bottiglia del latte, iniziò a riscaldarlo continuando ad ascoltare i commenti dell’altro. Sembravano davvero due vecchi amici in quel momento… due normalissimi ragazzi e lo sarebbero sempre stati: omosessuali o meno.
Si concesse un lieve sorriso nel rendersi inoltre conto che si sentiva sempre meglio.
Perché non poteva andare così sin dall’inizio? Sarebbe stato meno doloroso per entrambi – sicuramente molto meno per Kurt – ma forse se le cose fossero andate diversamente non sarebbero stati li in quel momento… era ovviamente pentito e quel pensiero non voleva assolutamente stare a significare che aveva fatto delle cose giuste per arrivare a quel punto. Il contrario: aveva fatto troppi errori e quella situazione era soltanto un dono divino, un regalo di chissà quale entità superiore.
“ Perché sorridi?”, chiese Hummel, notando il leggero cambiamento nel viso di Dave. “ Non pensavo che riscaldare il latte ti facesse felice.”
“ Ho pensato e basta.”, rispose.
“ Cosa?”
Cose.
“ Non è una risposta.”, si lamentò Kurt. “ A che pensavi? Non vergognarti, non sono qui per giudicarti.”
Karofsky sospirò e, versando il latte in dei bicchieri – gli avrebbe fatto compagnia, poi non gli dispiaceva bere il latte -, gli avvicinò il suo.
“ A questa situazione.”
“ Oh, grazie.”, prese il bicchiere con un sorriso, per poi tornare sul discorso. “ È buffa vero?”
“ Sì e no. La trovo piacevole.”
“ Anch’io.”, ammise Hummel. “ Chi l’avrebbe mai detto, vero?”
Dave assentì, sorseggiando piano la calda bevanda.
“ Ti stai sciogliendo un po’?”, aggiunse il più piccolo, riscaldandosi le mani con il bicchiere di vetro.
“ Come?”
“ Stai parlando di più di prima. Ti senti più a tuo agio quindi.”
“ In effetti…”, concesse il ragazzo, accogliendo il sorriso che gli donò Kurt a quella sua risposta.
“ Meglio così.”, bevve un po’ di latte. “ Allora possiamo anche iniziare a parlare.”, decretò infine, accavallando elegantemente le gambe.
“ Mh…”
“ Perché ti sei comportato in quel modo con me?”
Karofsky sospirò piano, doveva essere sincero… con se stesso e con Kurt.
“ Era più semplice.”
“ In che senso?”
“ Comportarsi in quel modo…”
“ In effetti hai ragione.”, concesse Hummel. “ Hai preso la strada più breve e sbagliata, al posto di quella giusta ma più lunga e impervia. Nonostante tutto, non è mai troppo tardi per riconoscere i propri sbagli…”
“ Me ne sono accorto…”, assentì Dave.
“ Credevi che fosse troppo tardi?”
“ Sì.”
“ Anch’io lo pensavo… ma ti ho visto ballare e ho visto l’affiatamento della squadra. Ti ho rivalutato e penso di aver fatto bene a prendere la strada del bosco e non quella per la casa della nonnina.”, dall’espressione di Karofsky, Kurt si rese conto di aver aggiunto quella piccola postilla a voce alta e si affrettò a spiegare. “ Tu sei il lupo. Io Cappuccetto Rosso. E come nella fiaba sono andato di mia spontanea volontà incontro al pericolo.
Quel chiarimento strappò uno sbuffo divertito, che suonava tanto come una risatina, a Dave – forse perché riuscì ad immaginarsi il ragazzo travestito da Cappuccetto Rosso ed era una figura buffa oltre che dolce.
“ Non ridere!”, esclamò il più piccolo. “ Era una cosa che avevo in testa e te l’ho confidata! Non devi ridere!”, continuò imbarazzato.
“ Non sto ridendo.”, si difese Karofsky, senza nascondere un sorrisetto che, agli occhi di Kurt, gli illuminava il volto – oh, altro che calvo a trent’anni… Dave era carino senza quella luce maligna negli occhi.
“ Guarda che mi arrabbio.”
“ Bevi il latte.”, lo incoraggiò il più grande.
“ Non sei simpatico, Karofsky. Non lo sei per niente.”, sorseggiò ancora il latte continuando a lamentarsi. “ Ti preferivo silenzioso e timido.”
Dave non perse il sorriso a quei commenti, comandati dall’imbarazzo, ma si spense quando sentì la porta di casa aprirsi, segno che i suoi genitori erano ormai rientrati a casa e si voltò verso l’ingresso sbiancando.
“ Oh. Sono arrivati i tuoi? Non ho mai visto tua madre! Le farò i complimenti per l’arredamento!”, cinguettò allegramente Kurt, appoggiando il bicchiere ormai vuoto sul ripiano della cucina. Karofsky lo guardò stupito e, incredibilmente la sua tranquillità riuscì a contagiarlo… in fondo non stavano facendo niente di male. Chiacchieravano come buoni amici – e sperava che quell’amicizia perdurasse a lungo… magari fino a trasformarsi in qualcos’altro.
“ Dave? Sei a casa?”, la voce del padre lo raggiunse ormai vicina e, voltandosi ancora verso la porta della cucina, vide il parente fermo – li fissava come se fossero due fantasmi.
“ Buonasera, signor Karofsky.”, lo salutò educatamente Kurt, avvicinandosi per stringergli la mano.
“ Buonasera…”, l’uomo accettò il saluto e, subito, guardò il figlio come a chiedergli spiegazioni. Che non tardarono ad arrivare quando il più piccolo andava a presentarsi anche all’altra padrona di casa, iniziando a complimentarsi.
“ Abbiamo… appianato le nostre divergenze…”, spiegò aspettandosi però un rimproverò da parte del padre.
“ Penso sia una buona notizia. Mi preoccupava parecchio quello che era successo tra di voi.”, concesse Paul, seriamente sollevato – quando aveva sentito che il figlio aveva minacciato di morte il giovane Hummel si era sentito quasi in colpa: era come se fosse stato lui ad educare male David.
Il ragazzo in risposta assentì a sua volta rincuorato dalla reazione del padre e, nel vedere apparire sua madre con Kurt al seguito non poté fare a meno di sorridere ancora – anche perché il giovane sembrava particolarmente a suo agio.
“ Il tuo amico è adorabile, Dave.”, disse la donna, andando ad abbracciare il figlio. “ Io e tuo padre siamo passati per lasciarti un messaggio. Andiamo da mia sorella, sta per partorire…”
“ Salutate la zia da parte mia.”, assentì il ragazzo, aveva capito che lui non sarebbe andato per via della scuola e… con Kurt lì sinceramente non voleva andare via: avevano tanto da dirsi.
“ Certo.”, annuì Paul e, dopo delle brevi raccomandazioni e i saluti, se ne andarono lasciando i due ancora una volta soli.
“ Tua madre è fantastica.”, esclamò Hummel poco dopo.
“ Già.”, annuì Dave, divertito.
“ La adoro!”, continuò il più giovane. “ Ed ha gusto, non mi stancherò mai di ripeterlo!”
“ Potrei essere geloso.”, scherzò, mettendo i bicchieri nel lavandino.
“ Lo sei già, ma di Blaine.”, ribatté Kurt.
“ Non è vero.”
“ Bugia. Si vede lontano un miglio che sei geloso di Blaine.”
“ E sentiamo… perché sarei geloso? Illuminami.”, lo sfidò, anche se non era certo di quello che stava facendo… sapeva solo che nonostante il discorso si stava divertendo davvero.
“ Perché mi piace.”, rispose il più piccolo semplicemente, osservando la reazione di Dave.
“ Quindi… sarebbe legato a te.”, lo guardò serio e Kurt si limitò ad annuire. “ Non sbagli.”, ammise il più grande.
“ Stai ammettendo che io ti piaccio quindi…”
Karofsky non rispose a quell’affermazione perché era quella realtà, ed il benessere che l’aveva colto in quei brevi momenti sembrava ormai lontano…
“ Sai… sei così diverso che non mi sembri tanto male.”, mormorò il più piccolo imbarazzato – in quel momento un po’ capiva che significava per l’altro dire la verità: lo metteva a disagio.
“ Non sono il tuo amico però.”, concluse Dave evitando di guardarlo.
“ Non lo sei… ma non per questo è meglio di te…”, sussurrò Kurt, riuscendo ad attirare di nuovo gli occhi del più grande su di sé.
“ Preferisco non illudermi.”, rispose serio Karofsky. “ Forse non era tardi per recuperare un qualsiasi rapporto… ma è troppo tardi per il resto.
“ Il resto?”, ripeté Hummel.
“ L’hai capito da solo che cosa provo per te.”
Dave era posato, parlava con voce ferma ma c’era un qualcosa in lui che tradiva tutta la sua delusione ed il dolore e quel qualcosa ferì anche Kurt.
“ Beh… per ora, no? Non è il momento… ma magari… conoscendoci…”, non credeva a quello che stava dicendo, stava seriamente dando a Karofsky una seria possibilità con lui?
No. Non lo stava dicendo a Karofsky, gli fece presente la familiare vocina, lo stava dicendo a Dave, il ragazzo con il quale stava passando una piacevole serata. Quindi gli sorrise rassicurante e, sentendosi poi decisamente imbarazzato dallo sguardo che gli rivolse l’altro, abbassò il capo vergognandosi come non mai.
Poco dopo, la mano del più grande si posò sul suo capo, stupendolo – era il primo contatto che avevano dopo tanto tempo e non era violento.
“ Grazie Kurt.”
Il cuore del ragazzo mancò un battito, era la prima volta che non solo Karofsky non lo toccava senza spingerlo o terrorizzarlo, inoltre l’aveva chiamato per nome e lo stava ringraziando. Era un’emozione nuova ma piacevole e, ritrovando il sorriso, allontanò gentilmente la mano.
Mi scompigli i capelli, Dave.”, gli fece presente.
“ Che disastro. Non fare la femminuccia.”, non era un insulto, stavano finalmente tornando a parlare come vecchi amici ma, sfortunatamente, vennero interrotti dal cellulare del più giovane che, dopo una breve chiacchierata con quello che sembrava Burt Hummel, guardò Karofsky con un sorriso triste.
“ Mio padre si preoccupa. Devo rientrare.”, disse.
“ Capisco…”, un po’ Dave era deluso, gli sarebbe piaciuto restare ancora con Kurt, ma era ormai certo che ci sarebbero state altre occasioni. “ Ti accompagno alla porta.”
“ Grazie.”, e una volta sulla soglia guardò il più grande con un sorriso. “ Tanto per tranquillizzarti… restiamo nemici fino a quando non avrai trovato il coraggio per fare outing.
“ E pensare che stavo per minacciarti.”
“ Non ci casco ormai… ah, ormai conosco la strada per la Tana del Lupo.
Allora ti aspetto Cappuccetto Rosso.”, rispose Karofsky con un sorriso divertito che divenne quasi inebetito quando, a sorpresa, Kurt si sollevò sulle punte stampandogli un veloce bacio tremendamente vicino alle labbra.
Uno pari, Lupo.”, ghignò il più piccolo e, agitando la mano, scappò verso la macchina sorridendo come un cretino per il coraggio che aveva appena trovato – quello forse poteva essere considerato il primo semibacio che valeva per davvero.
Tags: autore: kurenai88, fanfiction, glee
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