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[Ciclo Tebano, Eteocle/Polinice, guerra] Notte prima della guerra.

Fandom: Ciclo Tebano
Genere: Introspettivo, Drammatico
Rating: R
AVVISI: Angst, Slash, incest.
Parole: 719, secondo il contatore di fiumidiparole.
Riassunto: notte prima della guerra che decreterà il vincitore fra Eteocle e Polinice nella contesa per il trono di Tebe. E Polinice, prima che la guerra finale abbia inizio, decide di rivedere il fratello.
Note: Scritta per THE COW-T: The Clash of the Writing Titans - PRIMA SETTIMANA, team vampiri, missione numero 1, col prompt GUERRA. Eventuali sviste sono imputabili al fatto che shameonme sto seguendo Sanremo (e che se Vecchioni non vince la guerra la faccio io.
Edit: Piramo e Tisbe sono due personaggi leggendari babilonesi, con una storia assai simile a quella di Romeo e Giulietta. Il loro amore era contrastato dalle famiglie e loro si parlavano attraverso il muro, ecco perché la cit, colta. Boh, poi volevo aggiungere altre cose, ma le ho dimenticate per strada *rolls*


Attorno a loro c'era la guerra.
Fuori dalle sette porte di Tebe erano accampati i soldati che avevano accettato di accompagnare Polinice a riprendersi ciò che era suo diritto, pronti ad attaccare la città al primo cenno del loro capitano.
Ma Polinice, in quella notte di guerra, non era seduto attorno al fuoco con gli altri generali a pianificare l'attacco del giorno dopo. E non stava nemmeno cercando di riposare nella sua tenda.
Polinice era dentro Tebe.
Si era allontanato di soppiatto, senza farsi notare da nessuno, e aveva oltrepassato la porta a nord della città approfittando delle guardie che avevano ben deciso di fare un sonnellino, cedendo all'illusione che quella sarebbe stata una notte di tregua.
La strada per il palazzo Polinice la ricordava a memoria, tanto che avrebbe potuto percorrerla ad occhi chiusi. La finestra di Eteocle era quella più in alto e per un attimo Polinice aveva sorriso, pensando che avrebbe dovuto parlargli attraverso un muro come Piramo con Tisbe.
La voglia di rivederlo, dopo tutto quel tempo – e nonostante la guerra che li divideva – era troppo forte, più della fatica di scalare quel muro, più del bruciore delle mani ferite nell'impresa. Più forte di tutto.
E Polinice lo sapeva che non era stato Eteocle a voler tradire il loro patto: la maledizione del padre Edipo era ricaduta su di loro nel peggiore dei modi possibili, dividendo le loro sorti e costringendoli a marciare l'uno contro l'altro. Ma Eteocle rimaneva prima d'ogni altra cosa suo fratello, l'altra metà di se stesso, lo specchio più fedele della sua anima.
Entrare nella sua stanza e percorrere qualche passo al suo interno gli provocò dei brividi di malinconia, nel ricordare sensazioni che credeva di aver smarrito nel tempo.
Era a casa, Polinice.
Finalmente.
Si avvicinò al letto di Eteocle, trovandolo vuoto. Probabilmente il sovrano era in riunione con i capi del suo esercito, con lo zio Creonte, e anche lui stava perdendo ore di sonno a progettare una guerra che nessuno dei due avrebbe voluto combattere.
Accarezzò il letto vuoto del fratello – letto nel quale avevano dormito insieme tantissime volte quando erano bambini, e altrettante volte da adolescenti, di nascosto, a scoprire i rispettivi corpi e ad amarsi di un amore così innocentemente sporco.
L'indomani avrebbero combattuto l'uno contro l'altro, lottando a chi avrebbe ucciso prima l'altro. Quella consapevolezza gli faceva perdere il respiro, provare un senso di vertigine. E avrebbe preferito mille volte arrendersi, passare per vigliacco, piuttosto che puntare la spada contro la gola di Eteocle.
Un rumore improvviso lo fece girare.
I passi di Eteocle li aveva riconosciuti ancor prima di scorgere l'ombra del fratello farsi avanti nella stanza.
- Chi sei? - la sua voce suonò minacciosa, forse lievemente impaurita.
- Eteocle.
Gli bastò pronunciare quel nome perché l'altro lasciasse cadere a terra la spada. Anche attraverso il buio poté indovinare gli occhi del fratello che cercavano i suoi. Poi sentì le sue mani toccargli il viso, come ad accertarsi di aver veramente capito.
- Polinice. Sei tu.
E non c'era tempo, con la guerra attorno a loro, per chiedere altro.
Non c'era tempo per chiedere come stai?, per raccontarsi vite lontane, per le parole. C'era appena il tempo di fare l'amore, di nutrirsi ognuno delle labbra e dei respiri dell'altro. Nonostante questo, Polinice si prese tutto il tempo necessario per vivere il corpo di suo fratello, quel corpo che per un anno intero gli era mancato e con il quale aveva immaginato di giacere notte dopo notte.
Il momento dell'addio era il più doloroso, e si avvicinava man mano che il cielo iniziava a schiarirsi.
Eteocle dormiva fra le sue braccia, le labbra socchiuse in un broncio da bambino e i capelli scomposti. Polinice si scostò lentamente, senza svegliarlo, indossò nuovamente la sua tunica e si avvicinò alla finestra. Prima di andarsene rimase qualche attimo immobile a guardarlo.
Perché sapeva che sarebbero morti entrambi, Polinice, la maledizione del padre era stata chiara. Nessuno sarebbe scampato a quella guerra.
E lui sarebbe morto rivedendo per l'ultima volta il volto sereno e assopito di Eteocle, invece che la rabbia del suo volto quando gli avrebbe trapassato il petto con la spada.
Nonostante tutto, in maniera distorta, Polinice sarebbe morto senza rimpiangere ciò che stava perdendo. Perché, come un condannato a morte, aveva realizzato il suo ultimo desiderio.
Tags: autore: ladyaika, fanfiction, mitologia (varie)
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