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[Leggende arturiane] Fiaba

Titolo: Fiaba
Fandom:
Leggende arturiane
Pairing:
Galahad/Mordred e hints Ginevra/Artù, Ginevra/Lancillotto
Parte:
1/1
Rating:
PG13
Conteggio Parole:
4841
Riassunto:
C'era una volta, nel mitico regno di Camelot, una regina avida di potere che decise di ingannare il buono e giusto re Artù concependo da lui un bimbo di nome Mordred. La regina maledisse il figlio (Che possa essere la fine e la morte di suo padre!), ma fortunatamente giunse a Camelot una maga che, con le sue arti di fata, profetizzò: "Che Mordred riceva il bacio del suo vero amore e con quello possa la maledizione di Morgause spezzarsi una volta per tutte." (slash)

Fiaba

C'era una volta un bellissimo castello nero, arrampicato nel gelo delle Orcadi, costretto a sopravvivere sulla riva di un mare ghiacciato e crudele.
Nel famoso castello viveva una splendida regina che si diceva non invecchiasse mai. Aveva i capelli color del fuoco e gli occhi ghiacciati proprio come il suo mare ed il suo castello. La regina era molto potente, aveva un marito guerriero e quattro figli in piena salute: Gawain, Agravaine, Gaheris ed il piccolo Gareth.
Ma la famosa regina dai capelli di fuoco voleva di più. Non credeva che la sua vita dovesse un giorno spegnersi davanti ad un focolare, con un ricamo in mano. Voleva fuggire dal gelo delle Orcadi e tornare allo splendore che la sua famiglia aveva avuto, prima dell'arrivo del traditore Uther Pendragon.
La regina dai capelli di fuoco aveva un piano.
Avrebbe dato un figlio al re di Camelot, Uther Pendragon. Non le importava cosa avrebbe pensato Lot, il marito, l'unica cosa che voleva era avere un piccolo erede al trono dietro al quale poter rimanere come madre regina. Grazie al quale poter tornare nel mondo.
Ma purtroppo la regina dai capelli di fuoco non riuscì mai a dare ad un figlio ad Uther perché questi morì e dopo di lui venne incoronato il giovane ed ingenuo Artù, che altri non era che il fratello minore della regina dai capelli di fuoco, nato dal dolore della loro madre Igraine.
L'ossessione della regina le aveva talmente divorato il cuore che un semplice legame di sangue non appariva né come un ostacolo né come un tabù. Travestita da semplice serva, fece visita alla tenda del re, alla festa della sua incoronazione. E con lui concepì un figlio che chiamò Mordred.
Quella notte un orrendo drago solcò il cielo, divorando le stelle ed un famoso mago giunse a corte, chiedendo di vedere Artù.
Il mago si faceva chiamare Merlino ed era un vecchio raggrinzito saggio dalla barba bianca, un uomo potente che aveva visto e vissuto molte vite.
Merlino spiegò ad Artù che quel drago altro non era che il figlio che lui stesso aveva concepito con la sorellastra e che un giorno avrebbe distrutto le luci del suo regno perché la regina dai capelli di fuoco, divorata dall'odio, aveva acceso la vita di Mordred in una maledizione.
"Come posso fare, mago? Come salvare Camelot?" domandò il re, in ginocchio e piangendo calde lacrime per il peccato che aveva compiuto.
"Non posso disfare ciò che è stato fatto, ormai è troppo tardi. Dovrete uccidere quel bambino."
Ma re Artù era un re buono e giusto e non poteva sopportare l'idea di uccidere un fanciullo innocente, così chiamo tutti i maghi e le maghe del regno chiedendo a loro di trovare una soluzione, un modo per aggirare quel terribile presagio che gravava sulla splendida Camelot.
Nessuno di questi riuscì a fare nulla, nessuno trovò un rimedio ed il re stava quasi per perdere ogni speranza, quando una fanciulla di nome Viviana giunse a corte.
Viviana non era come tutte le altre maghe, non era gentile e non era comprensiva. Rimproverò Artù per la sua sconsideratezza, ma gli assicurò che lo avrebbe aiutato.
"Farò un incantesimo che salverà il regno da tuo figlio, ma in cambio dovrai darmi la felicità di
miofiglio."
"Qualsiasi cosa," promise il re.
La maga annuì e si inchinò a terra recitando delle parole arcane che nessuno a corte aveva mai sentito. Quando ebbe finito, Artù si accorse che la luna era stata completamente coperta da un manto scuro.
"Il cuore di tuo figlio sarà divorato dal gelo delle Orcadi e dal fuoco di sua madre. La mia profezia è questa: se il giorno del suo diciassettesimo anno di vita riceverà il bacio del vero amore la precedente profezia verrà spezzata ed il tuo regno sarà salvo da lui."
Artù cadde in ginocchio davanti a lei, piangendo di gioia, ma la maga non aveva finito. "In cambio mi hai promesso ciò che più desidero, che mio figlio Lancillotto sia felice ed abbia in vita l'amore della donna che lui sceglierà."
E fu con queste parole che la maga svanì come se non fosse mai esistita.



Le candele erano state disposte a formare un drago sul pavimento davanti alla tavolata del re. I servitori avevano passato ore a preparare la sala del banchetto per la festa e l'effetto che le luci arancioni e calde davano non avrebbe deluso nemmeno il più esigente degli invitati.
Per ogni Natale, re Artù preparava uno spettacolare torneo sperando così di conciliare i suoi cavalieri cristiani e desiderosi di festeggiare, con quelli che invece altro non volevano che la gloria del momento ed il vino nella propria pancia.
Per questo motivo il re iniziava a chiamare i suoi cavalieri da ogni dove, allestendo banchetti quasi ogni settimana, contando i giorni che mancavano a Dicembre ed agli inizi del famoso torneo di Natale.
La sala non poteva essere più delicata e spettacolare. Le tavolate erano disposte a semicerchio, contenendo il simbolo di candele che illuminava l'atmosfera in modo quasi innaturale e mistico.
Artù sapeva però che nessuno dei suoi cavalieri, nemmeno i più cristiani, stavano pensando al sovrannaturale. Ognuno di loro si lanciava sul cibo e sulle risate come se quello fosse l'ultimo giorno della loro vita.
Le poche donne nella sala, tra cui sua moglie, la regina Ginevra, portavano qualche boccone alla bocca fra una parola e l'altra, con la delicatezza degli uccellini.
Un altro ruggito di risate si levò quando Dinadan urlò qualcosa su Lancillotto ed un vestito da donna. Persino Ginevra si lasciò sfuggire un sorriso.
Tutti risero.
Tutti tranne sir Mordred.
Artù sapeva chi fosse Mordred: suo figlio, il suo primo figlio, il suo bastardo e probabilmente un piccolo serpente pieno di veleno, cresciuto da Morgause per ucciderlo. Tutto il regno sapeva della parentela di Mordred.
Tutti conoscevano pericolosità dei suoi denti affilati e del suo cuore congelato dalle Orcadi.
Eppure nessuno ne parlava mai. Nessuno avrebbe mai osato riferirsi a lui come al principe. Mordred era il piccolo peccato di Camelot, il giovano segreto da cui fuggire.
"Vi state divertendo, sir Mordred?" domandò Lancillotto, seduto alla destra di Artù.
Mordred non gli rispose. A volte si perdeva nei propri pensieri e non ascoltava ciò che gli altri gli dicevano. Artù aveva sempre creduto che fosse perché nessuno gli parlava mai e Mordred aveva semplicemente perso l'abilità di ottenere l'attenzione degli altri o di percepirli.
"Vi state divertendo?" ripeté Lancillotto, il cavaliere della Bretagna che aveva salvato la regina molti anni prima ed aveva conquistato il cuore di tutta Camelot.
Mordred, ancora una volta, parve non sentire la domanda, concentrato nel tracciare il disegno di un rovo sulla coppa da cui stava bevendo.
Il nobile Bretone avrebbe sicuramente aggiunto qualcos'altro, poiché non era uomo che amava essere ignorato, ma improvvisamente la sala fu sommersa dal silenzio.
Un giovane sconosciuto era appena entrato.
Non era una cosa nuova. Più il Natale si avvicinava più erano i supplicanti che giungevano speranzosi alla tavola di Artù. Ma quel giovane era diverso da qualsiasi mendicante o paesano i cavalieri avessero mai visto.
Benché fosse sottile come una fanciulla, con la pelle chiara tipica dei figli di pacate nobildonne, in ogni suo passo pareva celarsi una forza dormiente. Camminava come un cavaliere, con le gambe leggermente arcuate e la schiena diritta. I capelli biondi attiravano la luce delle candele e parevano rimandarla indietro più pura, più bianca.
Raggiunse il tavolo di Artù senza che nessuno facesse nulla per fermarlo. Persino Mordred lasciò momentaneamente stare il proprio calice, per guardarlo incuriosito.
"Re Artù, mio nobile sovrano, sono venuto ad offrirvi i miei servigi e chiedervi di poter partecipare al torneo di questo dicembre in celebrazione alla gloria di Nostro Signore."
"Chi siete?" domandò Artù.
"Sono Galahad, figlio di Elaine," rispose il giovane Galahad ed un mormorio di delusione vagò per la sala. Quasi tutti, dentro di loro, si erano aspettati che quel giovane fosse un vero angelo e nulla di meno e che fosse giunto per indirizzarli verso una nuova cerca.
"Mio figlio," sussurrò Lancillotto, alzandosi in piedi, dimentico, per il momento, dell'etichetta.
"Padre," sorrise Galahad, inchinandosi.
"Il figlio di Lancillotto!" esclamò Dinadan e la sua voce gioiosa ruppe l'atmosfera.
Subito i cavalieri tornarono a mangiare e ridere ed il rumore della festa ricolmò la sala e sommerse l'arrivo della misteriosa creatura che si era rivelata null'altro che un semplice mortale.
"E' un onore avervi qui, nobile Galahad," aggiunse il re, alzandosi anch'esso. "Farò subito aggiungere una sedia alla mia tavola in modo che possiate unirvi a noi."
"Vi ringrazio, sire. E saluto anche voi bellissima e nobile regina," replicò Galahad rivolgendosi poi a Ginevra, "e voi, principe Mordred."
Il calice che Mordred aveva sollevato nuovamente cadde a terra con un secco clangore. Le risate che erano tornate poco prima si spensero nuovamente e Lancillotto impallidì.
Galahad sembrò, per la prima volta, a disagio e confuso quando le guance del re si tinsero di rosso, per la vergogna.
"Mi- mi dispiace avervi offeso," sussurrò il nuovo arrivato, guardando il proprio padre e sperando in una risposta, una rassicurazione.
"Sire," intervenne subito Lancillotto, voltandosi verso il re, "è cresciuto in un monastero e chissà quali sciocche storie ha sentito narrare dai paesani e gli stallieri. E' un giovane semplice, ma pieno di onore."
Artù annuì, rigidamente.
"Chissà quali incredibili storie avrà sentito," intervenne Mordred, alzandosi in piedi e voltandosi verso il padre. "Chiedo il permesso di lasciare il banchetto, sire."
Non era bene che un cavaliere così vicino al re fuggisse dalla sala dei banchetti a festa appena iniziata, ma forse il pallore sul volto del figlio fu fondamentale nel convincere Artù che Mordred non sarebbe comunque rimasto, qualsiasi cosa lui gli avesse ordinato di fare.
"Certo, sir Mordred. Galahad, potete sedervi al suo posto se vi fa piacere."
Galahad annuì, cautamente, osservando il figlio di re Artù lasciare la sala zoppicando.

I servitori non potevano fare a meno di spettegolare. Perché la vita al castello non era altro che quello.
Agravaine ha visitato le stanze di dama Laurel!
Si dice che Gareth sia giunto a corte, ma nessuno pare averlo riconosciuto.
Gawain si sposerà il sette dicembre con un'orrenda dama di nome Ragnelle.

E molto più. Pettegolezzi pericolosi, sussurri che non potevano assolutamente raggiungere le orecchie sbagliare.
Il bastardo di Artù sta complottando per il regno. Lancillotto ama la regina.
E non mancò molto che la cuoca Marianne iniziasse a bisbigliare all'orecchio della figlia: "Ho visto sir Galahad e sir Mordred assieme, questa mattina."


Galahad amava ed aveva sempre amato leggere, ma non riusciva più a sostenere l'atmosfera soffocata della sua stanza. Non era come al monastero, dove le finestre erano sempre aperte, il giardino era sempre caldo e le persone sempre calme, gentili.
Camelot era cruda. I cavalieri ridevano troppo, bevevano troppo, volevano troppo. E la stanza non era un luogo piacevole in cui fuggire.
Fu per puro caso che trovò la piccola breccia nel muro esterno del castello, tra la capanna di una sarta e l'armeria di un vecchio fabbro dalla pelle scura. Galahad si accorse subito che non sarebbe uscito dalle mura, ma il piccolo varco gli permise di raggiungere un piccolo spazio erboso che pareva affacciarsi proprio dietro la torre principale.
Non vi erano fiori e le erbacce più crudeli avevano ucciso tutto ciò che aveva tentato di nascere e crescere. Era difficile camminare fra l'erba, troppo alta e ruvida, e Galahad fu quasi tentato di tornare indietro ed accontentarsi del cortile interno e della compagnia e del chiacchiericcio della regina Ginevra.
Questo prima di scoprire che non era solo.
"Sir Mordred, posso rimanere a leggere qualcosa?"
"Certo," sibilò Mordred.
"Grazie," sorrise Galahad, sedendosi scomodamente fra l'erba. Mordred allargò gli occhi e parve sul punto di aggiungere qualcos'altro, ma infine decise che probabilmente non ne valeva la pena e tornò alla propria attività.
Stava tagliando della pelle, cucendo qualcos'altro.
"State ricamando?"
Gli occhi grigi di Mordred si incupirono, ma il principe non disse nulla, limitandosi a far digrignare i propri denti.
"Io volevo leggere. Vi da fastidio che io legga a voce alta?"
"Perché siete qui?"
"Cercavo un posto tranquillo."
"Questo non è un posto tranquillo. E' pieno di api. E ci sono io."
Galahad non ascoltava i pettegolezzi, non li capiva, ma non era uno sciocco e sapeva vedere. Vedeva che i cavalieri non nominavano mai Mordred e non parlavano mai di lui come del principe. Aveva capito di aver fatto un errore la sera del banchetto.
"Mi dispiace se vi ho offeso chiamandovi principe."
"Scuse accettate."
"Ma voi siete il principe."
"Non stavate per leggere qualcosa?" sbottò Mordred, posando per un attimo il pezzo di stoffa che stava rammendando.
Galahad ebbe la decenza di arrossire per la propria insistenza ed annuì.
"Oh se tu fossi un mio fratello,
allattato al seno di mia madre!
Trovandoti fuori ti potrei baciare
e nessuno potrebbe disprezzarmi.
Ti condurrei, ti introdurrei nella casa di mia madre;
m'insegneresti l'arte dell'amore.
Ti farei bere vino aromatico,
del succo del mio melograno
."
"Che cosa state leggendo?" lo interruppe Mordred. I suoi occhi erano improvvisamente diventati così grandi che Galahad poté vedere il debole grigio delle iridi.
"La Bibbia."
Mordred inclinò leggermente il capo e si abbassò per poter vedere il libro nero che l'altro teneva fra le mani.
"Mettimi come sigillo sul tuo cuore,
come sigillo sul tuo braccio;
perché forte come la morte è l'amore,
tenace come gli inferi è la passione:
le sue vampe son vampe di fuoco,
una fiamma del Signore.
"
"Capite ciò che state leggendo?" mormorò il figlio del re, sorpreso, con un filo di voce.
In risposta Galahad porse il proprio libro all'altro cavaliere.
"Tu che abiti nei giardini
- i compagni stanno in ascolto -
fammi sentire la tua voce
," lesse Mordred e per un attimo sembrò sorpreso di ciò che aveva recitato. "Come potete leggere delle cose simili in un monastero?"
"Leggiamo la Bibbia," rispose Galahad, semplicemente. Sorrise. Sua madre gli ripeteva sempre che un suo sorriso sembrava uno spicchio di luna prestato da Dio.
Galahad non sapeva se le dicerie sul suo sorriso fossero vere, non aveva mai capito molto di queste cose, ma non era neanche uno sciocco e sapeva che quelli che aveva letto non erano i passi più amati dal vescovo che lo aveva educato.
Ma aveva voluto vedere Mordred. Aveva voluto vederlo parlare; uscire dalla nebbia che pareva circondarlo.
E guardando le sue mani sottili che vagavano fra le pagine della Bibbia, Galahad fu felice di aver scelto quella poesia.


La neve aveva sicuramente coperto il piccolo giardino dietro al muro, Galahad ne era certo.
Il cielo era plumbeo e pesante. Dal corridoio che dava sulla corte interna, il cavaliere poteva sentire il clangore delle spade. Mancavano solo due giorni a dicembre, e meno di una settimana al torneo. Nessuno cavaliere poteva permettersi di oziare, doveva fare ciò che poteva perché la vittoria significava la gloria, un sorriso della regina ed il ricordo nelle menti dei più giovani.
Galahad non era più sicuro di ciò che voleva.
"Vai da tuo padre, mio piccolo amore," gli aveva detto Elaine, baciandogli la fronte.
"Perché ora?" aveva chiesto Galahad.
Elaine non aveva spiegato, ma Galahad aveva capito lo stesso. Riportalo da me, riportalo a casa.
Lancillotto però non aveva tempo per il figlio. Il regno richiedeva i suoi consigli, Artù voleva la sua presenza, Ginevra supplicava la sua amicizia.
E Galahad provò, ma non ottenne nulla. Forse fu colpa sua, forse fu il giardino dietro la breccia del muro a distrarlo. Avrebbe dovuto insistere di più.
"Il principe Mordred?" domandò dama Laurel, osservando Galahad con un misto di sospetto e riverenza, "Siete l'unico che lo chiama così."
"E' un principe," replicò Galahad, testardamente. Non amava il modo in cui le dame ed i cavalieri arricciavano il naso o cambiavano argomento al menzionare il nome di Mordred.
"Non fatevi sentire dal nostro Re. A lui non farà piacere."
"E' suo figlio." C'erano molte cose che Galahad non capiva.
"Perché lo state cercando?" C'erano anche delle domande a cui Galahad non sapeva dare risposta. Avrebbe dovuto cercare Lancillotto. Avrebbe dovuto cercare la gloria.
"E' uscito questa mattina, mi pare. Dovresti chiedere ad Agravaine," rispose comunque la donna e l'altro annuì.
Eppure non vi era traccia di Mordred nel castello. Ma non vi era nemmeno traccia di lui nella corte o nella capanna del fabbro dove alcune volte lo aveva scorto.
La neve, mescolata a fango, mormorò spiacevolmente contro i suoi stivali ed il gelo iniziò a mordergli le dita. La breccia tra le mura era ancora lì, cristallina, bianca e fredda e Galahad vi si infilò con difficoltà.
La neve era sorda. Era aspra.
Ogni passo risuonò tetramente e fu un avvertimento più che necessario.
"Siete giunto a leggermi qualche altro scandaloso passo del vostro falso sacro libro?"
"Sapevo che non eravate cristiano," rispose Galahad, sorridendo e sperando che il freddo non gli gelasse il volto.
Mordred era nuovamente seduto per terra, tra la neve invece che tra l'erba spinosa, e stava stringendo una piccola cordicella attorno a del metallo.
"Cosa state facendo? Perché non avete i guanti?"
"E' difficile lavorare con le dita fasciate."
"Immagino che sia difficile anche senza dita," replicò Galahad, preoccupato.
Mordred non commentò nulla quando l'altro gli prese le mani tra le sue, per scaldarle.


"Fuggi, mio diletto,
simile a gazzella
o ad un cerbiatto,
sopra i monti degli aromi
".
"Dovrei uscire. Non dovrei stare qui," rispose semplicemente Mordred.
La stanza di Galahad era quasi deserta. Il ragazzo non aveva portato nulla con sé dal monastero se non la propria spada ed un'armatura appartenuta un tempo a suo padre.
"Potete rimanere quanto volete. Fuori fa freddo."
Galahad non voleva sentire nuovamente le dita gelide del principe. Avrebbe voluto che fossero calde, soffici.
Mordred si mosse a disagio sulla sedia, evitando ostinatamente il suo sguardo e proseguendo con il rammendare una nuova stoffa che Galahad non aveva mai visto.
"E' uno stemma?"
Mordred non rispose. Capitava spesso che non rispondesse e Galahad sapeva che, semplicemente, il principe si perdeva dentro di sé e tagliava il mondo dai propri occhi e dalle proprie orecchie.
In quei casi, solitamente, il giovane e biondo cavaliere si limitava ad aspettare, ma questa volta c'era un fastidio singhiozzante sotto la sua pelle alla vista dello sguardo perso di Mordred. Elaine gli diceva sempre che era un santo, un angelo del Signore, ma Galahad sapeva di non esserlo. Sapeva di essere un uomo e, come tutti gli uomini, aveva dei difetti.
Ed in tutta la sua gloria di uomo e santo, Galahad aveva l'innata abilità paterna della testardaggine.
"E' il vostro stemma?" domandò ancora il cavaliere, appoggiando una mano sul braccio di Mordred.
Questi alzò il volto. "Sì, è lo stemma delle Orcadi."
Da quel giorno toccare Mordred divenne più semplice. Divenne necessario perché era l'unico modo per catturare subito la sua attenzione nei giorni in cui le sue dita non erano fredde, ma i suoi occhi erano spenti.


Mordred sapeva essere acido, velenoso e crudele.
"Dovreste saperlo," disse Mordred, un giorno, quando Galahad gli chiese il perché della strana intimità che sembrava aleggiare tra Kai e Bedwyr. "Siete cresciuto in un monastero."
"Che cosa significa?"
"Non è quello che fate voi monaci?"
Mordred arricciò le labbra in un sorriso volgare e veloce quanto la serpe che gli attribuivano essere, si avvicinò a Galahad e si chinò su di lui, soffiandogli in un orecchio.
Quando Galahad non reagì, Mordred si ritirò di qualche passo, incerto, ed infine si inginocchiò davanti a lui.
Non era mai possibile capire davvero cosa accadesse nella sua mente, ma Galahad ci stava provando. Eppure era difficile.
"Vostro padre giace con la regina. Con la mia matrigna."
Galahad avrebbe voluto dargli del bugiardo (ed avrebbe potuto, perché Mordred amava mentire), ma non poté far uscire nulla dalla sua bocca. Non capiva i sussurri dei servi, non li ascoltava, ma non era così sciocco da non vedere gli occhi del padre che seguivano la sottile e bella figura della regina.
Ed improvvisamente capì cosa ci fosse fra Kai e Bedwyr.
"Sono due uomini. Può- essere davvero così?" E non si meravigliò della nota speranzosa che aveva la sua voce in quel momento.
"Può capitare," rispose Mordred. "Credete che vi mentirei?"
"Sì."
"Ve lo posso mostrare," sorrise Mordred, nel suo modo così poco rassicurante che faceva fuggire i paggi più coraggiosi dal suo tragitto.
Era il primo dicembre.


Galahad non avrebbe mai dovuto accettare la proposta di Mordred.
Mordred gli aveva mostrato.
Era stato piacevole (piacevole era un eufemismo), era stato estremamente piacevole, strano, veloce e fulminante.
Ma non avrebbe mai dovuto accettare la sua proposta perché, alla fine, Mordred se ne era andato ed aveva spesso di parlargli.


Galahad si appoggiò alla piccola statua di pietra nella corte. Era a forma di drago, maestosa e perfettamente in sintonia con il freddo della giornata.
Faceva troppo freddo persino per la neve.
Il cavaliere poteva facilmente vedere dama Laurel, se si voltava un po' a destra. La donna, ritta e rigida come un ago, giocherellava con un fazzoletto tra le mani ed osservava sir Agravaine, nipote del re, che le stava mostrando una ferita di guerra.
"Sembra che dama Laurel sposerà sir Agravain all'arrivo della primavera."
Galahad sobbalzò, scivolò sulla fontana umida e ghiacciata e cadde a terra, trovandosi miseramente ai piedi della regina Ginevra.
"Mia signora," sussurrò il cavaliere, rialzandosi goffamente. Non gli capitava spesso di arrossire e non gli capitava nemmeno di essere così scortese al cospetto di una regina.
"State bene?"
"Certo, scusatemi, mi avete sorpreso."
"Perdonatemi, è stata colpa mia. Sono giunta ad interrompere i vostri pensieri troppo bruscamente," ammise la regina. "Stavate pensando ad una dama?"
"Stavo pensando a dama Laurel."
"Capisco," annuì Ginevra, sedendosi sulla panca di marmo e rabbrividendo leggermente. Aveva le mani nude e Galahad si chiese se fossero fredde quanto quelle di Mordred.
Ma non voleva provare perché, dentro di sé, sapeva che non sarebbe stato lo stesso.
"Stanno molto assieme," continuò Galahad.
"Si sposeranno."
Laurel ed Agravain si sarebbero sposati. Significa che avrebbero avuto ciò che Elaine e Lancillotto non avevano mai potuto avere.
Due persone che si amano si sposano, tesoro mio, ma purtroppo a volte c'è chi è costretto a rimanere separato. Sua madre non aveva mai spiegato che cosa costringesse a rimanere separati, ma chiaramente provava dolore per quella separazione. E' come avere degli spilli infilati nel cuore, nelle mani, negli occhi. E questi aghi ti succhiano tutto ciò che hai, non puoi più vivere.
"Voi amate qualche dama?"
"Credo di sì. E' come avere degli aghi nel cuore."
"E lei vi ama?"
Galahad aprì la bocca per rispondere, incerto, ed infine scosse il capo. "Sir Agravain ha baciato la propria dama. Ho visto mentre le portava dei doni, le faceva dei complimenti ed ora la sposerà. E' sbagliato fare il contrario?"
"Intendete baciare la vostra dama prima di corteggiarla?"
"La mia- dama non vuole più nulla da me."
"Forse si è offesa perché non l'avete corteggiata come si deve," mormorò Ginevra, confusa.
Galahad non rispose nulla, ma quando il giorno dopo incontrò Mordred nelle cucine si inchinò davanti a lui e dopo essersi rialzato gli baciò la fronte, davanti a tutti.


"Trovandoti fuori ti potrei baciare
e nessuno potrebbe disprezzarmi.
Ti condurrei, ti introdurrei nella casa di mia madre;
m'insegneresti l'arte dell'amore.
"
"Ti ho già insegnato l'arte dell'amore," rispose Mordred.
Era più semplice avere la sua attenzione, di recente, ma Galahad non poteva fare a meno di toccarlo.
"Non è abbastanza, non è mai abbastanza," rispose il figlio di Lancillotto. "E quando dovrò partire-"
"Dove andrete?" esclamò Mordred, alzando la voce per la prima volta.
Quando Galahad non rispose (perché dopotutto aveva sempre dato per scontato che un giorno avrebbe lasciato la soffocante Camelot) il principe si alzò in piedi, lanciò il proprio stemma ed il proprio ago a terra e se ne andò.


"Partite davvero?" mormorò Mordred e per la prima volta Galahad lo vide tremare.
"Ho sentito che siete un ottimo cavaliere."
"Ho sentito che non sapete vivere fuori da un monastero."
Galahad si chinò sul collo del proprio cavallo, passando le mani tra il soffice crine bruno. "Per questo vi devo fare una richiesta."
Mordred finalmente alzò lo sguardo su di lui. Galahad era uno dei pochi che riusciva a catturare sempre la sua attenzione, anche con la più banale delle frasi.
"Devo partire per una cerca."
Mordred inarcò un sopracciglio e portò le mani alla bocca, per scaldarle. Era ancora dicembre e faceva ancora freddo.
"Che cosa state cercando?"
"Ancora non lo so."
"Ed io come posso aiutarvi? Non siete voi forse colui che chiamano il Santo Galahad, colui che potrebbe persino trovare il Graal?"
"Accompagnatemi in questa Cerca."
"Nella sua Cerca senza nulla da cercare," replicò Mordred, puntigliosamente, ma suo malgrado si alzò e prese le redini del proprio cavallo, stringendole come se da queste dipendesse la sua vita. E forse era così.
Galahad si limitò a fare spallucce. "Quando l'avremo trovato credo che lo capiremo."
"Credi? Necessitate di un piccolo aiuto, non vorrei certo lasciarvi partire sperduto e da solo in questo orrendo e crudele mondo," rispose l’altro, salendo a cavallo.
Galahad sorrise, ma non disse nulla. Quando spronò il proprio destriero in un agile galoppo, Mordred lo seguì e Camelot era alle loro spalle.


Il figlio maledetto del nobile re Artù crebbe freddo, mangiato dalla potente maledizione della madre e dal dolore delle Orcadi.
Nella speranza di salvare il proprio regno, Artù mando in tutto il regno cavalieri che cercassero la dama che potesse salvare il cuore gelido di Mordred con il bacio del vero amore. Ma nessuna dama, né povera né ricca, né bella né brutta, poté risvegliare qualche sentimento nel cuore del principe illegittimo.
Il diciassettesimo compleanno del figlio di avvicinava ed Artù iniziava a perdere le speranze perché Mordred non era interessato all’amore e fuggiva dalle dolci carezze dell'affetto.
Il re decise quindi di salvare il proprio regno come poté e rinchiuse Mordred in una torre nel mezzo del bosco, sperando così di tenere lontani i suoi artigli avvelenati dalla bellezza di Camelot.
Ma la soluzione non fece altro che rattristare il povero re e sommergerlo di sensi di colpa quasi fino a renderlo pazzo, inoltre sapeva bene che quella non sarebbe stata una soluzione sufficiente. Fu così che la regina Ginevra, per rallegrare il sovrano, organizzò un enorme torneo ed invitò tutte le dame ed i cavalieri del regno.
Tra questi vi era anche un misterioso giovane dai bellissimi capelli biondi e purissimi occhi azzurri. Il suo nome era Galahad e tutte le dame del regno si innamorarono di lui con un solo sguardo. Ma Galahad amava leggere ed amava la solitudine. Il giovane cavaliere evitava la compagnia delle dame e dei cavalieri e si rifugiava come meglio poteva nel bosco.
Fu per caso, ed a sua insaputa, che trovò la torre in cui il principe Mordred era rinchiuso.
Il principe Mordred non aveva avuto la compagnia di nessuno per molti mesi e chiese al nobile Galahad di leggergli qualcosa e di parlare con lui. Giorno dopo giorno, il nobile Galahad lasciava la corte ed andava alla torre, sotto alla quale si sedeva per leggere poesie al principe rinchiuso.
Re Artù, un giorno, incuriosito dal continuo sgattaiolare di Galahad dal castello, decise di seguire il giovane cavaliere e fu enormemente sorpreso quando lo scorse avvicinarsi alla torre del figlio. Vide gli occhi di Galahad, verso l'alto, sorridenti, e per la prima volta scorse un sorriso sul volto di Mordred e capì che un bacio di Galahad avrebbe salvato Camelot dal gelido cuore del principe.
E tutti sarebbero potuti vivere per sempre felici e contenti.
Purtroppo, a quel tempo, a corte si trovava un famoso cavaliere chiamato sir Lancillotto. Sir Lancillotto era il più amato della Tavola Rotonda e persino la regina si era infatuata di lui.
Giorno dopo giorno, re Artù vedeva la propria moglie sognare e sospirare per Lancillotto ed il cavaliere fare altrettanto per lei. Sarebbe stato semplice per lui sbarazzarsi di quel pericoloso rivale se non fosse stato per una promessa che quasi diciassette anni prima aveva fatto ad una maga.
Lancillotto infatti altri non era che il figlio della maga Viviana:"Il cuore di tuo figlio sarà divorato dal gelo delle Orcadi e dal fuoco di sua madre. La mia profezia è questa: se il giorno del suo diciassettesimo anno di vita riceverà il bacio del vero amore la precedente profezia verrà spezzata ed il tuo regno sarà salvo da lui. In cambio mi hai promesso ciò che più desidero, che mio figlio Lancillotto sia felice ed abbia in vita l'amore della donna che lui sceglierà."
Re Artù amava molto la propria moglie. Aveva amato Ginevra fin dal primo istante e l'idea di perderla per cederla a Lancillotto gli era insopportabile.
Così, con esattamente diciassette anni di ritardo, re Artù decise di accettare lo spietato consiglio di Merlino e condannò a morte il principe Mordred.
Le sue guardie andarono a prenderlo alla torre e lo portarono a Camelot, accusandolo di aver ordito un complotto contro il regno. Mordred negò, insultò e sputò contro il padre e Galahad, seduto tra il nobile sir Kai e il fedele sir Bedwyr impallidì alla vista e si alzò per protestare.
"Lo avete rinchiuso in una torre ed ora volete ucciderlo! Questo va contro tutte le leggi del regno perché egli è innocente."
Artù ignorò il giovane Galahad perché ormai solo la morte di Mordred avrebbe potuto salvare per lui il regno e l'amore della regina.
Quella sera fece preparare un rogo davanti al palazzo, ma non riuscì a completare il suo intento.
Prima che la torcia desse fuoco al giovane principe, Galahad, in groppa al proprio cavallo castano, intervenne e con la forza di un esercito, con un'abilità che avrebbe fatto impallidire Lancillotto stesso, liberò sir Mordred e, avendolo finalmente sicuro tra le proprie braccia, potendolo infine toccare per la prima volta, lo baciò.
I due giovani fuggirono dalla corte ed Artù si nascose il viso tra le mani sapendo che la profezia di Viviana si era avverata.
Ginevra, infatti, sconvolta dal gesto del marito contro il suo stesso figlio, perse in lui tutta la fiducia e l'amore che aveva avuto e si abbandonò tra le braccia di Lancillotto.
In un lontano castello delle Orcadi, una regina dai capelli rossi rise soddisfatta, prima di togliersi la vita, ed al di là del mare, a sud di Camelot, il principe Mordred e sir Galahad vissero per sempre felici e contenti.
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