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[Suits] Cinque volte in cui Harvey caccia Mike dal suo appartamento...

Titolo: Cinque volte in cui Harvey caccia Mike dal suo appartamento...
Autore: p_will
Fandom: Suits
Personaggi/pairings: Harvey/Mike
Rating: PG
Avvertimenti: pre-slash
Conteggio parole: 3623 (FDP)
Disclaimer: Tutto finto :(
Note: Prompt 5 volte in cui Harvey ha trovato Mike nel suo appartamento e l'ha fatto andare via, e 1 volta in cui è stato lui a portarcelo e l'ha fatto restare. (qui) di momocas @ La Sagra del Kink di kinkmemeita.


1.
Samantha è ridicolmente bella, ma questo è ovvio. Ha una cascata di capelli color miele che le scivola giù per il collo, un tubino nero lungo e stretto quanto basta da sottolinearle le gambe infinite e la vita affusolata, e una risata gorgheggiante che contiene ogni genere di promesse per la serata. Harvey apprezza particolarmente quella risata, soprattutto come la fa vibrare tutta contro il proprio braccio quando gli si aggrappa addosso mentre avanzano a tentoni nella sua camera da letto buia.

La risatina stupita che si lascia sfuggire appena riesce ad accendere la luce, ecco, quella Harvey la apprezza un po’ meno.

“Quello che mi chiedo, sai, quello che mi chiedo è… cosa ci fai con così tanti cuscini?”

Quando aveva offerto un doppione delle chiavi di casa a quel marmocchio impertinente non aveva sottinteso “per fare un pigiama party sul mio letto quando esco per bar a rimorchiare”. Era abbastanza sicuro di non aver lasciato trapelare niente del genere, sbattendogli la porta in faccia. Ma forse si ricordava male. Forse in effetti gli aveva detto davvero “prego Mike, fai pure, mettiti comodo e prendi qualcosa da bere, anzi, vuoi provare la mia vestaglia di seta?” prima di abbracciarlo e portarlo al parco a mangiare zucchero filato.

O anche no.

“Perché non ho mai visto nessuno con cooooosì tanti cuscini in un solo letto, neanche la nonna, che comunque ne ha un bel po’ perché le fa male la schiena, ma lei ha ottant’anni e a quell’età uno può anche avere tutti i cuscini che vuole, no? È, tipo, una compensazione. Per non avere più i denti.”

“Non ci sono parole al mondo per dirti quanto sia mortificato,” dice Harvey, a denti stretti, voltandosi verso Samantha per guardarla con la sua seconda espressione più ammaliante (la prima è riservata a Jessica quando vuole tirarle bidone per un caso, e per sua mamma. Non che funzioni mai, con nessuna delle due) ed ignorando con decisione l’associato sul suo letto che parla di reumatismi, gesticolando nell’aria senza senso. “Ho una bottiglia di bourbon che potrebbe essere un inizio, però, se vuoi aspettarmi un secondo in salotto-”

“Non c’è problema, davvero,” dice lei sistemandosi una ciocca dietro l’orecchio con un sorriso, e deve aver incontrato la ragazza più dolce del mondo, davvero, è chiaro, almeno finché Samantha non apre di nuovo la bocca e ne escono orribili, orribili parole. “Tuo figlio è adorabile, mi dispiace disturbarvi.”

Harvey Spencer non balbetta, mai, e l’unica persona che potrebbe testimoniare il contrario è crollato russando sui suoi cuscini ergonomici, quindi è tutto falso, vostro onore. “Mio f- cos-”

“Grazie per la bella serata,” continua Samantha, la ragazza più generosa e premurosa di New York o soltanto la più crudele, poi gli dà un bacio sulla guancia e gli volta le spalle senza pensarci due volte. Harvey è ancora incantato in un loop di ‘mio cosa’ e non riesce nemmeno a godersi lo spettacolo dei suoi fianchi che ondeggiano mentre si avvia verso la porta, si china a raccogliere la pochette gettata a terra nell’ingresso, e esce dal suo appartamento accompagnata dal click delicato della porta che si chiude.

Splendido. Semplicemente splendido.

“Mmmrvey?”

“Su, un piccolo sforzo e ci mettiamo in piedi, mh?”

Mike si strofina gli occhi e lo guarda confuso e intontito come un bambino che ha saltato il coprifuoco delle nove per restare alzato a guardare i cartoni fino a tardi. E scolarsi una bottiglia di gin. Sarebbe tenero, se non fosse che c’è una chiazza di bava sul suo cuscino preferito e quel piccolo debosciato è salito sulle sue lenzuola fresche di bucato con le scarpe. Da tennis, oltretutto.

“Bravo bimbo,” mormora mentre lo aiuta a mettersi in piedi, gli rassetta i vestiti, tenta di aggiustargli i capelli in una forma che non sembri un nido di rondini strafatte e conclusa l’opera gli dà una pacca sulla spalla. “Tutto a posto?”

Mike lo fissa come se non avesse capito, o faticasse a metterlo a fuoco, barcolla vagamente sul posto e infine annuisce con un sorriso adorabile.

“Bene,” dice Harvey, e lo butta fuori.

Prima però lo fa passare vestito sotto una doccia gelata, perché non si dica che è un irresponsabile.


2.
Succede di nuovo qualche settimana dopo, e la cosa più ridicola è che succede al contrario. Harvey è appena rientrato da un viaggio terrificante a Los Angeles in cui le cose hanno iniziato ad andare male dal primo momento, quando al check in aveva scoperto che l’agenzia di viaggi aveva sbagliato giorno nel prenotare il suo volo ed era stato costretto a ripiegare su un pulcioso posto in seconda classe, ed hanno continuato a peggiorare fino alla fine. È stanco, ha l’emicrania, gli serve una doccia e tutto quello che vorrebbe fare è rannicchiarsi sul divano con una tazza di tè e dormire per tre giorni di fila, ma…

Sente una chiave grattare nella serratura e la porta spalancarsi, seguita dal rumore di passi scoordinati e la voce di Mike. E di una ragazza.

Gli viene un po’ da piangere, ma si limita a massaggiarsi le tempie tra pollice e indice senza aprire gli occhi. Deve aver fatto qualcosa di veramente brutto, nella sua vita precedente. O il karma ha deciso di mettersi un po’ in pari con la vita corrente, non ha mai capito bene come dovrebbe funzionare.

“Mike,” sospira, ma basta per bloccare i passi nell’ingresso e se non è il mal di testa a fargli scherzi, quella che ha sentito borbottare Mike è proprio una bella imprecazione.

“Oh, capo! Che, ehm, tutto bene il viaggio? Quello che doveva finire domani?”

“Mike,” sospira di nuovo, e apre un occhio. Mike ha un colorito tremendo, come se il suo cervello non sapesse decidere l’ordine di priorità tra sacro terrore e imbarazzo devastante e la sua pelle avesse cercato di risolvere il dilemma diventando terrea e paonazza a chiazze. La ragazza che si sta nascondendo dietro di lui, ridacchiando come una sciacquetta, ha dei begli occhi ma un trucco tremendo ed è vestita da liceale pronta a mostrare le mutandine al primo che passa – probabilmente è una liceale pronta a mostrare le mutandine al primo che passa – e Harvey si sente vagamente deluso dagli standard così bassi del suo protetto. Non sta imparando niente, il ragazzo? Avrebbe potuto perdonarlo, se si fosse portato a casa una donna all’altezza di… be’, della casa, non di lui.

…no, non è vero, l’avrebbe cacciato lo stesso, ma almeno sarebbe stato un po’ più divertente per tutti.

“Hai tre secondi,” conclude, richiudendo l’occhio.

La porta sbatte troppo forte, ma questa è una fitta alla testa che è disposto a sopportare.


3.
“…no, non l’ho visto e se lo chiedi un’altra volta riattacco,” sbotta esasperato, tenendo il cellulare tra spalla e orecchio mentre apre la porta di casa. Chi ha dato il suo numero a quella arpia di assistente legale, ad ogni modo? “E poi perché dovrei sapere dove si trova il ragazzino? No, non- non ho intenzione di abbassarmi a respingere accuse da prima elementare del genere. E già che ci sei puoi dirlo anche a Louis. Oh mio dio, no, non mi ha detto niente di niente-”

Poi nota una cosa.

“-ma credo che sia a casa sua, sai? Anzi, sono sicuro che lo troverai lì. Fidati. Non c’è di che. A buon rendere.”

Mike, nascosto dietro lo schienale del suo divano, alza la testa e scandisce g-r-a-z-i-e in silenzio, quasi avesse paura di vedersi spuntare Rachel da dentro un armadio parlando troppo forte. “Vuole uccidermi,” inizia a spiegare appena Harvey ha riattaccato, gli occhi grandi e terrorizzati, sporgendo come un gufo spelacchiato dal suo nido di cuscini “Stavo usando il suo computer, e non ci crederai mai… ehi, chi stai chiamando adesso?”

“Ray? Mi dispiace disturbarti, ma puoi aspettare ancora qualche secondo qui sotto? Sì, ho qualcosa da farti recapitare.”

“…ti odio.”


4.
Una mattina si sveglia al suono di qualcuno che prepara la colazione. In realtà non è mattina – sono appena le cinque e ancora l’alba è solo un tenue grigiore in cielo – e non è nemmeno il suono della colazione quanto più di qualcuno che rimbalza qua e là per la sua cucina sbattendo pentole a caso. Sulle prime pensa che sia un ladro – ha visto succedere cose più strane, dopotutto, alcune le ha persino dovute difendere – poi ci ripensa, realizza, e rimpiange che non si tratti davvero di un ladro. È tentato di voltarsi dall’altra parte e rimettersi a dormire, chiudere gli occhi e sonnecchiare come quando la domenica mattina di anni e anni prima sua madre preparava i waffle e il profumo arrivava fino alla sua stenza… poi inizia il karaoke. Harvey Spencer è un uomo pronto a tutto, ma non ad ascoltare Katy Perry prima che sia ancora sorto il sole.

Si alza con un verso che non è assolutamente un grugnito di disappunto, buttandosi la vestaglia sopra il pigiama, e si trascina lentamente fino alla cucina un tempo immacolata. Mike è in piedi davanti ai fornelli, con un grembiule che deve essersi portato da casa perché Harvey si rifiuta di credere una mostruosità arancione del genere si trovasse in casa sua, la camicia arrotolata fino ai gomiti e schizzi di latte fino alle spalle. Sta rimestando in una terrina mentre tiene d’occhio una padella che sfrigola allegra sul fuoco, accanto ad un piatto con una torre di pancakes impilati uno sull’altro, ed è molto preso dall’informare l’impasto nella ciotola che è freddo ed è caldo, che è sì e no, che è dentro e fuori, e che è su e giù.

Harvey si blocca per un attimo sulla porta, distratto. Dev’essere il sonno, o l’orario indecente, a fargli balenare in testa il pensiero che non sarebbe male potersi svegliare così, altre volte, in altre circostanze; che Mike sarebbe perfetto con una delle sue camicie addosso anziché quell’orrido grembiule, e che gli piacerebbe avvicinarsi piano e appoggiargli il mento sulla spalla… poi Mike stecca, allegramente e rumorosamente, e i pensieri inappropriati vengono ricacciati in un angolino della sua testa dove possano restare a prendere polvere senza creare danni. Sono le cinque e il suo associato sta occupando abusivamente la sua cucina e deve mettere fine a quest’incresciosa situazione.

“Cos’è successo alla colazione che avevo chiesto? C’erano fragole, della panna ed una signorina in deshabillé.”

Il ritornello della canzone si interrompe con un gridolino e Mike si gira, sporcandosi tutto il grembiule con gli schizzi del cucchiaio che gli sfugge di mano e cade nell’impasto. Mike non ci fa nemmeno caso, appoggia la ciotola, si pulisce le mani sui pantaloni del completo – Harvey rabbrividisce – e poi gli va incontro con un sorriso e le braccia tese come se volesse abbracciarlo. “Harvey!”

Harvey lo frena con un sopracciglio alzato. È un sopracciglio molto espressivo, e al momento sta esprimendo in gran dettaglio tutto quello che potrebbe succedergli se macchiasse la sua vestaglia. “Harvey!” ripete comunque Mike, battendo le mani e rimbalzando sui talloni, e nel nome di dio, quanto zucchero ha in corpo questo ragazzo? “Che sorpresa! Non volevo svegliarti, ma sono appena uscito dall’ufficio, ho trovato un buco nel contratto della Philmann, e stavo morendo di fame ma non ho trovato un bar aperto ed ero da queste parti, quindi mi sono detto, Harvey avrà delle uova, anche se probabilmente non ha mai toccato una padella in vita sua o usa degli schiavi per abbrustolire tutti i suoi toast-”

“Fammi capire,” lo interrompe, ignorando le illazioni sulle sue doti culinarie e decidendo che c’è bisogno di insegnare a quel ragazzino cosa sono i brownies di Harvey Specter, “hai passato la notte in ufficio mandando giù RedBull come se fossero mentine per studiare per l’appello di un caso pro bono nemmeno tuo, che ti hanno scaricato – di nuovo – con un trucchetto, probabilmente ignorando la ricerca sui conti di Handerson che mi aspettavo e aspetto tutt’ora di trovare sulla mia scrivania appena entrato in ufficio, e una volta cacciato via dai custodi infuriati hai deciso di venire qui, alle cinque, perché avevi fame?”

“Cosa?” Mike distoglie riluttante lo sguardo dal suo collo e lo fissa sbattendo le palpebre “No, ho finito con Handerson, dovevo un favore a Rachel. Dormi sempre così?” chiede, facendo scivolare di nuovo gli occhi lungo la sua t-shirt e i pantaloni di cotone con cui era andato a letto la sera prima. Harvey si stringe nella vestaglia, indignato, sentendosi prima come una damina dell’Ottocento e poi come un cretino.

“Dammi un motivo per cui sei nella mia cucina a bruciare cose, e ti prego metti le parole in fila in modo che abbiano senso.”

“Porc-” Mike corre a togliere dal fuoco l’ultimo pancake, ormai senza speranza, tossicchiando un po’ per la puzza di bruciato mentre lo gratta via con una spatola. “Ecco… per festeggiare?”

Questa volta Harvey alza entrambe le sopracciglia, e non c’è bisogno di aggiungere altro.

I pancakes sono buoni, però.


5.
La mattina in cui viene svegliato dal suono della doccia, invece, decide di installare un nuovo antifurto. Uno di quelli con i cani rabbiosi, possibilmente. Si alza con il solito sospiro, si infila la solita vestaglia e va verso il bagno con il solito cipiglio e il solito principio di mal di testa, odiando il fatto che ormai sembri tutto così di routine. Si appoggia al muro accanto alla porta del bagno, da cui filtra lo scrosciare dell’acqua e un mormorio sottile e distratto, stavolta fortunatamente troppo basso per essere distinto. Scuote la testa e bussa.

“Indovina chi sta per chiamare la polizia?”

Sente un tonfo, un’imprecazione soffocata, degli scricchiolii inquietanti che prega non siano quello che sembrano – ossia un peso morto che si schianta contro i vetri della sua doccia – seguiti da un rimestio indistinto, e pochi secondi dopo Mike spalanca la porta del bagno, grondante d’acqua, con i capelli appiccicati alla fronte e una striscia di schiuma lungo la mandibola. Harvey assolutamente non sente il bisogno di pulirgli il mento (con la lingua) e decisamente non guarda le braccia di Mike o la sua clavicola punteggiata di goccioline brillanti o le ossa del suo bacino che sporgono irriverenti dall’asciugamano che si è legato addosso. “Ehilà,” ha il coraggio di dire Mike, scrollando la testa come un cane e mandando acqua dappertutto. “Non ti ho svegliato, vero?”

“No, passavo di qui e ho pensato di unirmi per una sveltina prima di andare in ufficio.”

Okay, forse è leggermente diversa dalle sue solite risposte, ma in sua difesa Mike arrossisce in una maniera deliziosa. Un po’ meno delizioso il modo in cui strabuzza gli occhi e si strozza con la sua stessa saliva, ma altrettanto soddisfacente.

“Sto scherzando Ross, respira.”

Mike tossisce ancora un paio di volte fissandolo con gli occhi sbarrati poi si raddrizza e procede a scivolare lentamente dietro la porta, stralunato, ma deve quantomeno concedergli che si riprende subito per ricominciare ad aprire la bocca e vedere che meravigliosi suoni ne escono se ci fa passare aria a caso. “Senti, sei tu che mi hai dato le chiavi, se non ti andava che le usassi potevi evitare in partenza.”

“L’idea generale non era quella di farti usare- aspetta, è il mio shampoo quello che sento?”

“Ho passato la notte in ufficio, non facevo in tempo a tornare a casa!”

Dio, non è né abbastanza sveglio né abbastanza ubriaco per starlo ad ascoltare ora.

“Era un’emergenza! La mia doccia si è rotta! Harvey? Harvey! Apri, porca miseria! Fammi prendere i vestiti!



+1
Ci sono delle cose cui le guardie di notte della Pearson-Hardman sono più che abituate: i fattorini della pizzeria all’angolo, ad esempio, quelli ormai li chiamano per nome e ci scambiano sempre qualche parola; quei due o tre novellini ogni anno – o mese, se il ricambio è particolarmente feroce – che non finiscono mai prima dell’una; Harvey Specter che va e viene agli orari più assurdi senza batter ciglio, peggio che a casa propria.

Per questo quando compare in ufficio poco prima delle due di mattina viene lasciato entrare con un semplice cenno del capo, e sale al suo studio accompagnato dal glorioso silenzio delle stanze vuote. C’è una certa atmosfera che ha sempre amato dell’ufficio di notte, le luci basse che tingono i corridoi di sfumature dorate e l’odore leggero di carta e inchiostro, ma la sua improvvisata non è dovuta ad un desiderio di melensa contemplazione; ha dimenticato le chiavi nello studio, e ha solo fatto un salto a riprenderle. Saranno cadute sotto la scrivania o qualcosa del genere

Quando arriva trova invece Mike seduto sul suo divano, immobile, con la testa gettata all’indietro e le mani sugli occhi. Non gli basta più prendere possesso del suo appartamento, evidentemente, ora è partita la lenta conquista del suo posto di lavoro. Quando è troppo è troppo.

“Non so che idea tu ti sia fatto di questa compagnia, ma posso dirti quello che di sicuro non è: la mensa del povero, in primis, un asilo nido, in secundis, e soprattutto…”

Si ferma con una mano sulla porta e l’altra puntata sul fianco, però, perché Mike non lo sta ascoltando. Per un attimo teme sia passato agli acidi e andato in overdose, ma dopo qualche secondo si raddrizza scostandosi le mani dal viso e si piega sulle carte sparpagliate sul tavolino di fronte a lui. La sua camicia è un intrico di pieghe impossibili e ha cerchi scuri sotto gli occhi arrossati, il viso pallido e lo sguardo determinato ma fuori fuoco. Legge mezza dozzina di pagine e si passa ancora le mani tra i capelli, drizzandoli più di quanto non lo fossero già, prima di accorgersi con un sussulto che c’è qualcun altro nella stanza.

“Cristo, Harvey, perché non bussi?”

“È il mio studio.”

Mike si acciglia e si guarda intorno. “Oh, è vero.” Si sfrega gli occhi con forza. “Scusa, non mi ero accorto. Che ore sono?”

“Le due,” risponde Harvey, e si avvicina. L’ultima volta che l’ha visto è stata quel pomeriggio prima di uscire a cena con un cliente, e già sapeva che non andava a dormire su un letto vero da un paio di giorni. “Che ci fai ancora qui?” chiede, piano, fermandosi di fronte a lui con le mani in tasca.

“Domino la scena,” tenta un sorriso, ma viene fuori solo una smorfia tirata che rende ancora più vistose le linee stanche attorno alla sua bocca. “Sto riguardando i verbali del processo alla Smiths&Sons.”

“Stai abbracciando il tuo lato masochista?” In realtà è impressionato. Incredulo, più che altro, di tanta devozione per un disastro del genere. Ci sono casi che non sono persi finché non lo decidi tu e ci sono casi – rari, specialmente se sei Harvey Specter, ma ci sono – che sono persi prima ancora di essere inseriti in un fascicolo. Se accettasse l’evidenza farebbe un favore a tutti e non gli farebbe rischiare una denuncia per maltrattamento. “Dovresti andare a letto,” continua, in tono più gentile, sfiorandogli il collo in un gesto che vorrebbe essere un incoraggiamento ad alzarsi e lasciar perdere.

Mike invece chiude gli occhi e si lascia andare contro la sua mano, stanco, e Harvey resta pietrificato. Non ha il coraggio di allontanarsi e disturbarlo, ma al tempo stesso il collo di Mike è così delicato che gli pare di rischiare di romperlo. Prova a muovere appena le dita e sente Mike espirare lentamente, una vibrazione bassa che dalla sua gola risale fino a lui lasciandogli tutto il braccio formicolante.

“Ci sono quasi,” bofonchia Mike, gli occhi ancora chiusi e l’ombra delle sue ciglia che si disegna lunghissima contro le sue guance per la lampada del tavolino. Harvey deglutisce e quando parla è con una leggerezza che non sente per nulla. “Quello che sei è ad un passo dal coma, ragazzo, ti conviene smettere e pensarci a mente lucida. Vuoi crollarmi in aula, domani?”

Al che Mike spalanca gli occhi come se fosse stato premuto un interruttore. “In aula,” esclama, buttando a terra un’intera risma di fogli per prenderne uno e ficcarlo in mano ad Harvey, che sta faticando a star dietro ai suoi sbalzi d’umore. “E sai chi altro c’è in aula? Chi scrive i verbali.”

“Devo ammettere che questa è… una grande scoperta, davvero, quindi direi che per la serata hai lavorato abbastanza, non credi-”

“Si dà il caso che chi scrive i verbali per il giudice Logan sia sempre,” gli passa un altro foglio “la stessa,” un altro “persona. Ossia chi li falsifica.”

“No, davvero, è tutto estremamente affascinante- aspetta. Come?”

“I verbali su cui ci hanno fatto lavorare? Falsi. Quello che dicevano i testimoni non quadrava, allora ho controllato, e c’è questa tizia che lavora ai verbali ogni volta che Logan ha un caso di malversazione, ed è sospetto, no? Non ci avevo fatto caso perché chi legge i nomi degli impiegati, andiamo-”

“In che modo…” ma si blocca. Guarda Mike negli occhi, rossi e lucidi, dopo qualche istante annuisce brevemente e poi lo prende per le ascelle senza tante cerimonie e lo tira in piedi. “È ora di chiudere.” Se Mike dice di aver trovato qualcosa, ha trovato qualcosa. Non c’è bisogno che gli spieghi tutto quando sta per addormentarsi faccia avanti su un tavolino di vetro infrangibile, si fida.

Le gambe di Mike tremano appena si ritrova verticale, probabilmente addormentate, e Mike è costretto ad aggrapparsi alle sue spalle per non cadere. Alza lo sguardo confuso e gli punta addosso la sua espressione da cucciolo preso a calci. “Cosa c’è?”

“Niente, solo… ottimo lavoro,” Dio, ci dev’essere di sicuro una legge che vieti a certe persone di sorridere in quel modo, anche se non l’ha mai sentita. “Missione compiuta, dieci punti a Tassorosso, adesso si va a casa.”

“Giusto,” dice Mike, la voce impastata, appoggiando la testa sul suo petto, e Harvey è costretto a stringerlo alla vita, davvero, per non farlo scivolare a terra “casa. Mi accompagni alla bici?”

Harvey sbuffa e non si degna nemmeno di rispondergli. Prima di andare prende le chiavi dimenticate (sotto un fascicolo sulla sua scrivania, per fortuna), agguanta la giacca di Mike al volo e lascia un post-it sul computer di Donna.

Cambio di vestiti per M, casa mia, prima di colazione. No comment. H
Tags: autore: p_will, fanfiction, suits
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